Makluba

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In Tripolitania negli anni ’60 la Rabbia non era un evento raro e ogni anno venivano segnalati numerosi focolai. All’origine di ogni focolaio c’era sempre la storia di un cane che in preda al delirio rabido aveva fatto irruzione in un villaggio o in una azienda e prima di essere soppresso a colpi di badile o di bastone aveva fatto in tempo a mordere ogni essere vivente che si fosse trovato alla sua portata. Solitamente venivano morsi i cani del posto che affrontavano animosamente l’intruso ma talvolta venivano morsi anche altri animali come asini, cavalli e soprattutto bovini. Questi ultimi si difendevano abbassando la testa e minacciando con le corna l’aggressore tanto che alla fine venivano immancabilmente morsi sul musello, una regione riccamente innervata, dove il virus veicolato dalla saliva aveva modo di penetrare in profondità.

A distanza di un mese dal fattaccio qualcuno degli animali morsicati manifestava a sua volta la Rabbia. Se si trattava di un cane quasi sempre si allontanava per portare altrove il contagio e accendere un nuovo focolaio. Se viceversa si trattava di un bovino restava sul posto trattenuto dalla catena presentando un corredo di sintomi abbastanza caratteristico come irrequietezza, bava, muggiti prolungati, aggressività. Teoricamente questi focolai avrebbero dovuto perpetuarsi all’infinito in quanto ogni cane affetto da Rabbia aveva la possibilità di mordere altri cani e questi altri ancora ma le cose non sempre andavano così. Intanto solo una piccola percentuale delle morsicature trasmetteva il virus e inoltre la Rabbia spesso si presentava fin dall’inizio nella forma paralitica o muta e l’animale colpito si appartava e si lasciava morire. Ma il più delle volte il focolaio si estingueva sul nascere perché il cane riconosciuto rabido veniva soppresso prima che avesse avuto il tempo di aggredire e mordere altri animali

Da un punto di vista clinico la malattia esordiva solitamente come Rabbia furiosa per evolvere dopo un paio di giorni in Rabbia paralitica. Ma al di la di questa classificazione che può essere definita scolastica esistevano molte forme intermedie per cui anche il cane già in preda alla paralisi continuava a mordere se veniva disturbato. Era quello che capitava sovente ai proprietari che toccavano il cane per scoprire le ragioni del suo malessere.

Il decorso della malattia era brevissimo e l’esito sempre letale : appena tre o quattro giorni. Il primo sintomo era il cambiamento d’umore. Un cane abitualmente docile diventava aggressivo e attaccava i proprietari. In questa fase poteva allontanarsi e vagare senza una meta attaccando tutti gli animali che incontrava sul suo cammino. Nel giro di uno o due giorni sarebbe subentrata la paralisi e la morte.

Il medico veterinario per ragioni professionali era la figura più esposta al contagio dato il contatto quotidiano con animali sia di piccola che di grande mole. Per sua fortuna i sintomi dell’encefalite rabida erano piuttosto caratteristici e potevano essere riconosciuti a distanza. Solitamente i cani venivano portati alla visita quando la malattia era nella fase paralitica. L’animale presentava zampe divaricate, equilibrio instabile, testa bassa, sguardo torvo, mandibola inerte e abbondante bava. Spesso tentava di abbaiare ma dalla gola usciva un suono strozzato inconfondibile per chi l’avesse udito almeno una volta. Ma anche per i soggetti che venivano portati alla visita prima che comparissero tutti i sintomi l’anamnesi era sufficiente per destare il sospetto di infezione rabida e suggerire la massima prudenza. Cito a caso alcuni casi clinici occorsi nella mia lunga esperienza. Un cane di indole pacifica che per anni aveva convissuto con una tribù di gatti, repentinamente li aveva attaccati e ne aveva fatto strage. Un altro cane amichevole con tutti e abituato a giocare con i bambini del vicinato da un giorno all’altro aveva cominciato a inseguirli e a dar loro dei piccoli morsi. Entrambi i casi erano fortemente sospetti e consigliavano le massime precauzioni nella manipolazione dei soggetti.

Al contrario le cose per il veterinario si complicavano quando erano colpiti i grossi animali domestici. Gli eccessi comportamentali non erano rari anche in animali perfettamente sani. Comunque una volta contratta la malattia ogni animale reagiva seguendo la propria indole naturale. Così asini e dromedari che in natura mordono con una certa facilità, sotto l’effetto della malattia diventavano protagonisti di morsicature devastanti ai danni del personale che li accudiva. Allo stesso modo i bovini caricavano a testa bassa quanti avevano la sventura di capitare nel loro raggio di azione. Da un punto di vista clinico la malattia era meno riconoscibile che nei cani, almeno all’inizio, e poteva accadere che il veterinario si contaminasse con la saliva, il sangue, le orine, e gli altri liquidi organici contenenti un’alta concentrazione di virus.

Il primo episodio di Rabbia in un bovino che ho avuto occasione di vedere non necessitava di particolari conoscenze d’ordine diagnostico perché era un caso conclamato. Una piccola mucca di razza locale era assicurata con una fune ad un albero e manifestava tutti i sintomi tipici di questa patologia. Attorno si era formata una folla vociante di curiosi, soprattutto bambini, che ondeggiava appena la mucca caricava Ma quello che era stupefacente era l’atteggiamento vigile dell’animale. Solitamente i bovini hanno un comportamento dimesso e indifferente. Questa invece aveva tutti i sensi all’erta Seguiva attentamente con lo sguardo quanti si avvicinavano e al momento opportuno li caricava. Era uno spettacolo che tutto sommato divertiva la piccola folla. I ragazzi si avvicinavano apposta per poi fuggire precipitosamente appena la mucca li caricava fra le risate generali. Era una situazione non priva di rischi e come pubblico ufficiale avevo il dovere di farla cessare. Inviai uno dei miei assistenti alla stazione di polizia perché fosse inviato sul posto del personale armato. Entro pochi minuti arrivò una camionetta con un poliziotto e un ufficiale. Lo spettacolo per la piccola folla cominciava a farsi interessante. Dopo un breve conciliabolo il poliziotto estrasse una grossa pistola a tamburo e fece fuoco. Veramente sarebbe più corretto dire che tentò di fare fuoco perché la pistola si inceppò. All’attimo di suspence fece seguito un coro di risate. L’ufficiale, furibondo per la figuraccia, redarguì il poliziotto per la scarsa manutenzione dell’arma ed estrasse la sua automatica, puntò alla testa del bovino e fece fuoco. La mucca non fece una piega. Osservando attentamente si vedeva un foro impercettibile in un orecchio. L’ufficiale più imbufalito che mai scaricò l’intero caricatore finché la mucca cadde a terra. La folla si precipitò in avanti vociando ma la mucca si rialzò di colpo. Seguì un fugone generale ma l’animale cadde di nuovo e questa volta definitivamente. Lo spettacolo era finito. I presenti ne avrebbero parlato per mesi.

Il secondo caso è un po’ particolare. Chiamato d’urgenza in una grossa azienda agricola condotta da un farmer italiano per curare la bovina di un piccolo mezzadro libico procedevo lungo un sentiero con il mio armamentario. Mi era stato detto che la bovina presentava difficoltà ad orinare, non ruminava ed era in preda ad un imponente meteorismo. Per questo avevo con me un vaginoscopio, un grosso catetere femminile, la sonda metallica esofagea ed altri presidi terapeutici. Davanti a me camminava il proprietario dell’animale che fungeva da guida e dietro di me c’era un altro libico di nome Ahmed che era l’uomo di fiducia del proprietario dell’azienda e per così dire l’anello di congiunzione con i mezzadri e i braccianti libici. Era un ragazzo intelligente e si esprimeva in buon italiano. Intanto eravamo arrivati nelle vicinanze della bovina e a questo punto Ahmed, che era alle mie spalle, mi disse sottovoce perché altri non udissero : ‘dottore non la toccare è makluba’. Maklub è il termine che indica il malato di Rabbia e trae la radice dal vocabolo ‘chelb’ che significa cane a indicare lo stretto rapporto esistente tra il cane e la malattia.

Io recepii il messaggio ma per ovvi motivi non lo diedi a vedere. La bovina era fortemente meteorica ma mi guardai bene dall’armeggiare con la sonda nella bocca piena di bava. Allo stesso modo non introdussi il vaginoscopio e il catetere. La stranguria cioè la difficoltà ad orinare è uno dei sintomi iniziali della Rabbia. Mi limitai a praticare una puntura di antibiotico tanto per far vedere al proprietario che facevo qualcosa.

Più tardi chiesi a Ahmed : ‘ma il proprietario sapeva che la vacca era makluba?’ ‘Lo sapeva’ disse ‘ perché un mese fa è arrivato un cane maklub e ha morso tutti i bovini’. ‘E perché non me lo ha detto?. ‘Perché sapeva che se te l’avesse detto tu non l’avresti curata e lui si illudeva di poterla guarire’. Ecco, questa ingenua fiducia nei poteri taumaturgici del veterinario mi avrebbe messo in una situazione di grave rischio. Senza l’avvertimento di Ahmed avrei proceduto nella visita come di consueto e sarei venuto ripetutamente a contatto col virus nel corso di lunghe manipolazioni. Forse non avrei nemmeno saputo che la vacca aveva la Rabbia perché non avrei avuto più l’opportunità di vedere l’animale. Così non mi sarei nemmeno sottoposto alla vaccinazione antirabbica post contagio con tutti i limiti che questo trattamento presenta.

Per concludere, non so se Ahmed mi abbia salvato la vita. E’ possibile. Di certo il suo avvertimento è stato provvidenziale e non lo ringrazierò mai abbastanza.