Bakkusc

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Era da un po’ di tempo che il buon Bakkusc, l’uomo che si prendeva cura dei miei animali domestici mi tormentava con la richiesta di un asino. Non un asino di Ragusa o di Pantelleria ma un asinello locale grande abbastanza per trasportare un fascio d’erba medica, un sacchetto di patate, la spesa per la famigliola e occasionalmente lo stesso Bakkusc. Ogni sera prima di accomiatarsi con le ceste piene di ortaggi e di frutta mi guardava con aria di rimprovero. Era una situazione eticamente insostenibile. Così un venerdì, vedendolo più afflitto del solito, gli dissi : ‘andiamo a Suk el Giuma a comprare questo benedetto asino’. Bakkusc, che evidentemente non aspettava altro, tirò fuori da una cesta una testiera nuova tutta infiocchettata di rosso e completa di briglie, con l’immancabile amuleto contro il malocchio, perché sarà anche vero che il malocchio non esiste ma esorcizzarlo è sempre meglio.

Suk el Giuma negli anni sessanta non era stata ancora raggiunta dalla espansione urbanistica della città ed era poco più di un borgo agricolo che si animava ogni venerdì in occasione del mercato . E Suk el Giuma in arabo significa proprio mercato del venerdì. Quel giorno confluivano in un grande recinto e venivano esposti in pittoresco disordine tutti i prodotti dell’artigianato locale, le verdure e i frutti delle oasi, e soprattutto una grande varietà di animali domestici.

In un angolo su di una stuoia , vidi, disposte in bell’ordine, delle infiorescenze bianche legate a mazzetto che, come mi spiegò Bakkusc erano fiori maschili di palma. Io fino a quel momento avevo considerato le palme esseri vegetali asessuati e invece ora venivo a sapere che esistevano palme maschio e palme femmina. I fiori maschili una volta portati in cima alle palme femmine e legati vicino ai grappoli avrebbero assicurato una migliore impollinazione e un raccolto più abbondante. ‘Comunque’ dissi a Bakkusc, ‘non siamo venuti qui per documentarci sulla sessualità delle palme ma per comprare l’asino’.

Il settore asinino era piuttosto affollato e c’era solo l’imbarazzo della scelta. C’erano asini grigi con la loro brava riga mulina e la croce di Sant’Andrea sul garrese, e asini neri con l’addome bianco noto in zootecnia come ventre di biscia. L’ostacolo maggiore era rappresentato dai sensali che ci inseguivano cercando di convincerci a comprare un asino piuttosto che un altro decantandone la forza e la bellezza. La scelta cadde su di un soggetto nero molto giovane con le orecchie erette e l’occhio vivace. Il costo era ragionevole e l’acquisto avrebbe potuto concludersi in pochi minuti ma un comportamento del genere sarebbe stato giudicato offensivo dal venditore e dal sensale. Bisognava invece intavolare una estenuante trattativa fatta di finte rinunce e repentine rincorse fino alla felice conclusione dell’affare. Bakkusc tirò fuori la sua bella testiera e la fece indossare, non senza qualche difficoltà al nuovo acquisto.

A questo punto c’era ancora una formalità da compiere : una sosta al bar per celebrare degnamente l’evento. Veramente più che di un bar si trattava di una bettola, non dissimile da quelle frequentate dai pirati e descritte da Stevenson ne ‘L’isola del tesoro’. Ma la cosa più stupefacente era che a gestire quella specie di antro fosse una signora italiana che tutti chiamavano affettuosamente ‘Mama’. Questa Mama era piccola e nera, sulla sessantina, di chiara estrazione meridionale col toupet d’ordinanza. Mi chiesi come facesse a non restare uccisa nelle risse tra avvinazzati che a giudicare dai volti congestionati dovevano essere piuttosto frequenti, ma poi, vedendola muoversi esile e minuta scansando abilmente gli avventori più turbolenti tenendo in equilibrio i boccali colmi di leghbi e traboccanti di schiuma capii che a proteggerla era la sua stessa fragilità. Nessuno avrebbe osato mancarle di rispetto o farle del male. Il proibizionismo gheddafiano era di là da venire e tutti trincavano allegramente soprattutto leghbi, il delizioso vino di palma.

Ma ormai era venuto il momento di congedarsi dopo il consueto rituale fatto di reiterate e interminabili strette di mano. Dissi a Bakkusc che in qualità di veterinario avevo delle visite urgenti da fare e che lo avrei aspettato a casa tra un paio d’ore. Lui nel frattempo avrebbe avuto l’opportunità di approfondire la conoscenza con il suo nuovo mezzo di trasporto. Ma a notte fonda non era ancora arrivato. Pensai che fosse andato a casa direttamente e invece me lo trovai davanti all’improvviso con gli abiti a brandelli e il viso rigato di sangue. Pensai subito che fosse stato investito ma lui fece cenno di ‘no’ con la testa. ‘E allora, dissi, cosa è successo?’ ‘L’asino non è domato e non si fa cavalcare’ rispose. Questa è un’altra novità, pensai, che fa il paio con il sesso delle palme. Che anche gli asini come i cavalli del Far West dovessero essere domati era la prima volta che lo sentivo. Tanto per sondare il terreno chiesi se nella zona ci fossero dei domatori di asini e mi rispose che ce ne erano a decine, ma il migliore, aggiunse, è un certo Jussef, che è un po’ caro ma sa il fatto suo’. ‘E quanto costa? ’chiesi. ‘Una piastra per seduta’. ‘E quante sedute ci vogliono?’. ‘Almeno cinque’. L’acquisto dell’asino si stava rivelando un vero e proprio investimento. Cominciavo anche a capire il motivo per cui il prezzo fosse così accessibile. Ma non c’era altro da fare e dissi a Bakkusc di fissare la prima seduta.

Il giorno dopo come in ogni rodeo che si rispetti si era radunata una piccola folla. Poi arrivò Jussef, che si avvicinò all’asino e lo fissò intensamente negli occhi per soggiogarlo da un punto di vista psicologico. Ma ci voleva ben altro. L’asino era insensibile ai messaggi subliminali e appena Jussef gli saltò in groppa si divincolò come un ossesso facendolo cadere rovinosamente. In realtà Jussef cercò di restare sull’asino avvinghiandosi con le gambe e restando appeso lateralmente come un cosacco del Don ma l’asino lo convinse a desistere con una doppietta di calci appioppati con rara precisione sul posteriore. C’era da sentirsi male dal ridere. Gli spettatori erano entusiasti. Meglio che al cinema, dicevano . Ridevano tutti tranne Bakkusc. Quanto a Jussef si rialzò dolorante per reclamare la sua piastra. Per farla breve le cinque sedute si risolsero in altrettante cadute e senza risultati apprezzabili. L’asino era refrattario ad ogni ammaestramento e forse era proprio per questo motivo che il proprietario e il sensale non vedevano l’ora di disfarsene.

Bakkusc fece un estremo tentativo di utilizzarlo aggiogandolo a un piccolo calesse con le ruote gommate che giaceva abbandonato tra i ferrivecchi. Per impedirgli di sollevare il posteriore e scalciare aveva predisposto tra le stanghe un sapiente groviglio di corde. Ma non c’era niente da fare. L’asino riusciva sempre a eludere le sue misure contenitive. Evidentemente la caratteristica di sollevare il posteriore e scalciare ce l’aveva scritta nel DNA ammesso che anche gli asini ne abbiano uno. Poi un giorno Bakkusc si presentò al lavoro a cavalcioni di un’asina, piuttosto vecchia e panciuta e dal colore indefinibile. Il mantello presentava qua e là ampie chiazze depilate. ‘E l’asino?’ Chiesi. ‘L’ho scambiato’ disse lui. . ‘L’hai scambiato con quella?’ ‘Quella’, rispose un po’ piccato ‘ porta fino a 200 chili e a passo svelto’. ‘A vederla non si direbbe’ feci io. Se ha delle doti le nasconde proprio bene’. ‘E dimmi, ha anche un nome?’ ‘Non ancora, ma se vuoi puoi trovarne tu uno’. ‘No grazie, anzi, fammi un favore, per un po’ di tempo non parlarmi più di asini’.

Makluba

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In Tripolitania negli anni ’60 la Rabbia non era un evento raro e ogni anno venivano segnalati numerosi focolai. All’origine di ogni focolaio c’era sempre la storia di un cane che in preda al delirio rabido aveva fatto irruzione in un villaggio o in una azienda e prima di essere soppresso a colpi di badile o di bastone aveva fatto in tempo a mordere ogni essere vivente che si fosse trovato alla sua portata. Solitamente venivano morsi i cani del posto che affrontavano animosamente l’intruso ma talvolta venivano morsi anche altri animali come asini, cavalli e soprattutto bovini. Questi ultimi si difendevano abbassando la testa e minacciando con le corna l’aggressore tanto che alla fine venivano immancabilmente morsi sul musello, una regione riccamente innervata, dove il virus veicolato dalla saliva aveva modo di penetrare in profondità.

A distanza di un mese dal fattaccio qualcuno degli animali morsicati manifestava a sua volta la Rabbia. Se si trattava di un cane quasi sempre si allontanava per portare altrove il contagio e accendere un nuovo focolaio. Se viceversa si trattava di un bovino restava sul posto trattenuto dalla catena presentando un corredo di sintomi abbastanza caratteristico come irrequietezza, bava, muggiti prolungati, aggressività. Teoricamente questi focolai avrebbero dovuto perpetuarsi all’infinito in quanto ogni cane affetto da Rabbia aveva la possibilità di mordere altri cani e questi altri ancora ma le cose non sempre andavano così. Intanto solo una piccola percentuale delle morsicature trasmetteva il virus e inoltre la Rabbia spesso si presentava fin dall’inizio nella forma paralitica o muta e l’animale colpito si appartava e si lasciava morire. Ma il più delle volte il focolaio si estingueva sul nascere perché il cane riconosciuto rabido veniva soppresso prima che avesse avuto il tempo di aggredire e mordere altri animali

Da un punto di vista clinico la malattia esordiva solitamente come Rabbia furiosa per evolvere dopo un paio di giorni in Rabbia paralitica. Ma al di la di questa classificazione che può essere definita scolastica esistevano molte forme intermedie per cui anche il cane già in preda alla paralisi continuava a mordere se veniva disturbato. Era quello che capitava sovente ai proprietari che toccavano il cane per scoprire le ragioni del suo malessere.

Il decorso della malattia era brevissimo e l’esito sempre letale : appena tre o quattro giorni. Il primo sintomo era il cambiamento d’umore. Un cane abitualmente docile diventava aggressivo e attaccava i proprietari. In questa fase poteva allontanarsi e vagare senza una meta attaccando tutti gli animali che incontrava sul suo cammino. Nel giro di uno o due giorni sarebbe subentrata la paralisi e la morte.

Il medico veterinario per ragioni professionali era la figura più esposta al contagio dato il contatto quotidiano con animali sia di piccola che di grande mole. Per sua fortuna i sintomi dell’encefalite rabida erano piuttosto caratteristici e potevano essere riconosciuti a distanza. Solitamente i cani venivano portati alla visita quando la malattia era nella fase paralitica. L’animale presentava zampe divaricate, equilibrio instabile, testa bassa, sguardo torvo, mandibola inerte e abbondante bava. Spesso tentava di abbaiare ma dalla gola usciva un suono strozzato inconfondibile per chi l’avesse udito almeno una volta. Ma anche per i soggetti che venivano portati alla visita prima che comparissero tutti i sintomi l’anamnesi era sufficiente per destare il sospetto di infezione rabida e suggerire la massima prudenza. Cito a caso alcuni casi clinici occorsi nella mia lunga esperienza. Un cane di indole pacifica che per anni aveva convissuto con una tribù di gatti, repentinamente li aveva attaccati e ne aveva fatto strage. Un altro cane amichevole con tutti e abituato a giocare con i bambini del vicinato da un giorno all’altro aveva cominciato a inseguirli e a dar loro dei piccoli morsi. Entrambi i casi erano fortemente sospetti e consigliavano le massime precauzioni nella manipolazione dei soggetti.

Al contrario le cose per il veterinario si complicavano quando erano colpiti i grossi animali domestici. Gli eccessi comportamentali non erano rari anche in animali perfettamente sani. Comunque una volta contratta la malattia ogni animale reagiva seguendo la propria indole naturale. Così asini e dromedari che in natura mordono con una certa facilità, sotto l’effetto della malattia diventavano protagonisti di morsicature devastanti ai danni del personale che li accudiva. Allo stesso modo i bovini caricavano a testa bassa quanti avevano la sventura di capitare nel loro raggio di azione. Da un punto di vista clinico la malattia era meno riconoscibile che nei cani, almeno all’inizio, e poteva accadere che il veterinario si contaminasse con la saliva, il sangue, le orine, e gli altri liquidi organici contenenti un’alta concentrazione di virus.

Il primo episodio di Rabbia in un bovino che ho avuto occasione di vedere non necessitava di particolari conoscenze d’ordine diagnostico perché era un caso conclamato. Una piccola mucca di razza locale era assicurata con una fune ad un albero e manifestava tutti i sintomi tipici di questa patologia. Attorno si era formata una folla vociante di curiosi, soprattutto bambini, che ondeggiava appena la mucca caricava Ma quello che era stupefacente era l’atteggiamento vigile dell’animale. Solitamente i bovini hanno un comportamento dimesso e indifferente. Questa invece aveva tutti i sensi all’erta Seguiva attentamente con lo sguardo quanti si avvicinavano e al momento opportuno li caricava. Era uno spettacolo che tutto sommato divertiva la piccola folla. I ragazzi si avvicinavano apposta per poi fuggire precipitosamente appena la mucca li caricava fra le risate generali. Era una situazione non priva di rischi e come pubblico ufficiale avevo il dovere di farla cessare. Inviai uno dei miei assistenti alla stazione di polizia perché fosse inviato sul posto del personale armato. Entro pochi minuti arrivò una camionetta con un poliziotto e un ufficiale. Lo spettacolo per la piccola folla cominciava a farsi interessante. Dopo un breve conciliabolo il poliziotto estrasse una grossa pistola a tamburo e fece fuoco. Veramente sarebbe più corretto dire che tentò di fare fuoco perché la pistola si inceppò. All’attimo di suspence fece seguito un coro di risate. L’ufficiale, furibondo per la figuraccia, redarguì il poliziotto per la scarsa manutenzione dell’arma ed estrasse la sua automatica, puntò alla testa del bovino e fece fuoco. La mucca non fece una piega. Osservando attentamente si vedeva un foro impercettibile in un orecchio. L’ufficiale più imbufalito che mai scaricò l’intero caricatore finché la mucca cadde a terra. La folla si precipitò in avanti vociando ma la mucca si rialzò di colpo. Seguì un fugone generale ma l’animale cadde di nuovo e questa volta definitivamente. Lo spettacolo era finito. I presenti ne avrebbero parlato per mesi.

Il secondo caso è un po’ particolare. Chiamato d’urgenza in una grossa azienda agricola condotta da un farmer italiano per curare la bovina di un piccolo mezzadro libico procedevo lungo un sentiero con il mio armamentario. Mi era stato detto che la bovina presentava difficoltà ad orinare, non ruminava ed era in preda ad un imponente meteorismo. Per questo avevo con me un vaginoscopio, un grosso catetere femminile, la sonda metallica esofagea ed altri presidi terapeutici. Davanti a me camminava il proprietario dell’animale che fungeva da guida e dietro di me c’era un altro libico di nome Ahmed che era l’uomo di fiducia del proprietario dell’azienda e per così dire l’anello di congiunzione con i mezzadri e i braccianti libici. Era un ragazzo intelligente e si esprimeva in buon italiano. Intanto eravamo arrivati nelle vicinanze della bovina e a questo punto Ahmed, che era alle mie spalle, mi disse sottovoce perché altri non udissero : ‘dottore non la toccare è makluba’. Maklub è il termine che indica il malato di Rabbia e trae la radice dal vocabolo ‘chelb’ che significa cane a indicare lo stretto rapporto esistente tra il cane e la malattia.

Io recepii il messaggio ma per ovvi motivi non lo diedi a vedere. La bovina era fortemente meteorica ma mi guardai bene dall’armeggiare con la sonda nella bocca piena di bava. Allo stesso modo non introdussi il vaginoscopio e il catetere. La stranguria cioè la difficoltà ad orinare è uno dei sintomi iniziali della Rabbia. Mi limitai a praticare una puntura di antibiotico tanto per far vedere al proprietario che facevo qualcosa.

Più tardi chiesi a Ahmed : ‘ma il proprietario sapeva che la vacca era makluba?’ ‘Lo sapeva’ disse ‘ perché un mese fa è arrivato un cane maklub e ha morso tutti i bovini’. ‘E perché non me lo ha detto?. ‘Perché sapeva che se te l’avesse detto tu non l’avresti curata e lui si illudeva di poterla guarire’. Ecco, questa ingenua fiducia nei poteri taumaturgici del veterinario mi avrebbe messo in una situazione di grave rischio. Senza l’avvertimento di Ahmed avrei proceduto nella visita come di consueto e sarei venuto ripetutamente a contatto col virus nel corso di lunghe manipolazioni. Forse non avrei nemmeno saputo che la vacca aveva la Rabbia perché non avrei avuto più l’opportunità di vedere l’animale. Così non mi sarei nemmeno sottoposto alla vaccinazione antirabbica post contagio con tutti i limiti che questo trattamento presenta.

Per concludere, non so se Ahmed mi abbia salvato la vita. E’ possibile. Di certo il suo avvertimento è stato provvidenziale e non lo ringrazierò mai abbastanza.

Tagiura

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Anche Tagiura, il piccolo borgo nel cuore dell’oasi, aveva la sua brava stazione di polizia con un reparto a cavallo dotato di otto soggetti. I poliziotti a cavallo avevano la possibilità di vigilare meglio sul territorio traguardando i giardini oltre le tabie, i caratteristici muri di sabbia sormontati dalle siepi di fichi d’India, ascoltando le voci degli abitanti molto meglio che restando a bordo di una Land Rover.

Tra i cavalli spiccava per la statura e la bellezza un baio bruciato che era l’orgoglio del graduato addetto alle scuderie. Più volte il tenente Regeb, responsabile dello squadrone di rappresentanza, aveva tentato di portarlo tra i suoi effettivi ma il graduato si era sempre opposto. Anche l’escasmotage di prelevarlo approfittando di un temporaneo ricovero dell’animale nell’Infermeria Quadrupedi di Sghedeida non era andato a buon fine perché il baio, oggetto del desiderio, aveva una salute invidiabile.

In realtà anche gli altri cavalli si ammalavano raramente perché erano seguiti tutti con cura maniacale. Ogni mattina venivano portati all’abbeverata e sottoposti alle rituali spugnature con acqua fresca, prima gli occhi, poi le narici, poi l’ano, il perineo e dulcis in fundo i genitali. Anche le zoppicature erano piuttosto rare perché rientrare in stazione con un cavallo azzoppato non era consigliabile soprattutto se il graduato era ancora in servizio. In aggiunta il terreno dell’oasi era pianeggiante, tutto coltivato a giardini, con strade sterrate ma senza passaggi di duna. Proprio l’ideale per la salute dei tendini e l’integrità degli zoccoli.

Per questi motivi le visite del veterinario, che nella fattispecie ero io, erano piuttosto sporadiche e limitate ai compiti d’istituto come il controllo della qualità del fieno e dell’orzo quando subentrava un nuovo fornitore.

Eppure malgrado tutte le cure e tutte le precauzioni venne anche per il baio, come per tutti i cavalli, il momento della colica. Panico generale e personale in ambasce attorno all’illustre paziente.

La richiesta di intervento arrivò di buon mattino mentre ero nel laboratorio d’analisi alle prese con un campione di sangue prelevato in un gregge di pecore dove si era manifestata una forte mortalità. Come al solito ero incerto se classificare le catenelle di batteri visibili al microscopio come agenti del carbonchio o germi della putrefazione. I due batteri si somigliano maledettamente e dati i tempi del trasporto e la temperatura ambientale sempre elevata raramente arrivavano in laboratorio campioni che non fossero intaccati da fenomeni putrefattivi. Dissi all’assistente Hassen di continuare la ricerca sperando che data la sua pluriennale esperienza riuscisse a trovare delle catenelle meno ambigue.

Il baio in questione era in condizioni pietose. Contrariamente agli altri cavalli che appena sentono la fitta di dolore si sdraiano e si rotolano al suolo, questo calciava con violenza contro le pareti della scuderia rischiando di uccidere qualcuno o di fratturarsi un arto. Si trattava di una colica di tipo spastico particolarmente violenta e la scelta del farmaco non poteva essere che la morfina, in vena e nella dose standard per cavalli. Seguì un periodo di torpore che utilizzai per procedere a quella che veniva definita pomposamente idroterapia e che consisteva in un clistere di alcune decine di litri e una immissione di acqua nello stomaco attraverso una sonda rino esofagea. Questo tanto per cominciare. Più tardi sarei intervenuto con degli spasmolitici sempre in vena, dei cardiotonici e tutti i presidi disponibili a quell’epoca.

Sulle coliche mi ero fatto una mia opinione personale. Le coliche di tipo spastico anche se violente erano trattabili e risolvibili con la giusta terapia mentre le coliche tromboemboliche, anche se torpide e con poco dolore, terminavano invariabilmente con la morte del paziente. Queste ultime erano causate dalla migrazione di parassiti intestinali che formavano dei trombi e occludevano i grossi vasi dell’intestino. A titolo preventivo era fondamentale sverminare i cavalli cosa che veniva fatta ogni tre mesi su tutti gli effettivi della Polizia con 30 grammi di Fenotiazina.

Tornando al nostro paziente le cure avevano sortito il loro effetto e il baio appariva più rilassato e stendeva indietro il posteriore nel tentativo di urinare, segno evidente che la fase acuta era superata.

A questo punto l’ufficiale comandante della stazione mi invitò nel suo ufficio per prendere una bibita e parlare del più e del meno.

Qui con tono noncurante gli riferii di aver visto attraversando l’oasi con il mio maggiolino un vecchio agricoltore che recideva delle pale di fichi d’India con una corta sciabola verosimilmente per farne del foraggio. Non aggiunsi altro tenendo per me il desiderio di possedere quella sciabola per esporla assieme alle altre sulle pareti del mio soggiorno. Per le armi antiche avevo una vera passione e in pochi secondi avevo visto che la sciabola era corta, leggermente ricurva e con l’elsa in ottone. Si trattava sicuramente di una sciabola per militari appiedati forse di fabbricazione tedesca. . L’ufficiale non fece alcun commento e la cosa finì lì.

A distanza di qualche mese tornai a visitare la stazione di Polizia di Tagiura e ne approfittai per controllare il baio reduce della colica. Stava benissimo e il mantello splendeva sotto il sole. Feci i miei complimenti al graduato responsabile elle scuderie.

Come l’altra volta l’ufficiale comandante mi fece accomodare nel suo ufficio per bere insieme la solita bibita ma questa volta c’era una novità. ‘Ho un regalo per te’ disse. E fece cenno con la testa verso un angolo dell’ufficio. Dritta in piedi contro l’angolo c’era la famosa sciabola. Provai un po’ di rimorso per il vecchio agricoltore e chiesi all’ufficiale perché gliela avesse sequestrata. ‘Lui non la può tenere’ disse, ‘è il regolamento’ ‘E io?’. ‘Tu si, perché sei un ospite e perché ti piace’. ? ‘E non fare tante domande, prendila e arrivederci’.

Non ho mai esposto la sciabola sulle pareti di casa. L’eventualità che un malintenzionato la possa staccare dal muro e usarla sui mei familiari mi ha sempre trattenuto dal farlo. E’ finita su di un armadio avvolta in un vecchio giornale coperta di polvere. Ho sempre pensato che era meglio se l’avesse tenuta il vecchio agricoltore.

Batna Manfukha

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E’ il termine usato dagli arabi per indicare il meteorismo bovino e letteralmente significa ‘addome gonfio.

I bovini, come tutti i ruminanti, hanno la caratteristica di richiamare alla bocca, in forma di piccoli boli, gli alimenti che hanno deglutito in precedenza dopo averli sommariamente masticati. E’ una fase indispensabile del processo digestivo che l’animale compie abitualmente sdraiato in decubito sternale. Ogni bolo viene richiamato alla bocca, accuratamente masticato e abbondantemente insalivato prima di essere deglutito

Il processo, che viene definito appunto ruminazione, è estremamente delicato e può arrestarsi per una infinità di motivi. Talvolta si tratta di alimenti troppo grossolani come il micidiale fikirisc che non è altro che legno di palma rammollito in acqua e triturato. E’ un alimento molto povero, retaggio del passato quando la Libia era un Paese ad economia pastorale, ed è costituito essenzialmente da lignina, un polisaccaride praticamente inattaccabile dalla flora intestinale.

Altre volte la ruminazione può arrestarsi per la presenza nella razione di erbe bagnate o troppo tenere, che una volta ingerite danno luogo a dei processi fermentativi. Per ovviare\ a questo inconveniente sarebbe buona regola non somministrare trifoglio o erba medica se non asciutta e mai prima che sia completamente fiorita, cosa che negli allevamenti a carattere familiare non sempre è possibile.

L’arresto della ruminazione si accompagna invariabilmente ad un fenomeno molto temuto dagli allevatori che viene detto meteorismo acuto. L’addome si dilata enormemente per la presenza di gas soprattutto dal lato sinistro in corrispondenza del sacco dorsale del rumine, mentre il respiro diventa affannoso, le mucose cianotiche, e senza l’intervento del veterinario l’animale è destinato a soccombere per soffocamento.

Per risolvere questo genere di emergenze il veterinario dispone di presidi medici o strumentali a seconda della gravità del caso. Per prima cosa è opportuno somministrare delle compresse che stimolino la motilità dei prestomaci e subito dopo una soluzione che abbassi la tensione superficiale delle bolle gassose separando l’acqua dal gas rendendo quest’ultimo più facilmente evacuabile. A questo punto il veterinario, se lo ritiene opportuno, può passare alle manovre strumentali usando una sonda esofagea che è costituita da un tubo di gomma rivestito da una spirale metallica che gli conferisce la massima flessibilità e resistenza. Lo strumento è corredato da un apribocca che è una semplice ogiva di legno levigato forato al centro per il passaggio della sonda che viene inserito trasversalmente nella bocca del paziente. Qualora la sonda esofagea non risultasse efficace per la presenza di quantità eccessive di schiuma che la occludono e ostacolano la fuoriuscita dei gas, allora è necessario procedere con un secondo strumento detto trequarti. Il trequarti è uno stiletto con relativa cannula da inserire a sinistra nel punto più rilevato dell’addome. La cannula può essere fissata con dei punti e lasciata per lunghi periodi. Non è raro che una volta rimossa la cannula al suo posto resti una fistola permanente che deprezza l’animale.

Ma oltre agli errori dietetici c’é un altro motivo, e ben più grave, che può portare all’arresto della ruminazione e al meteorismo acuto, ed è l’ingestione di corpi estranei.

I bovini hanno una spiccata tendenza ad ingerire qualunque cosa e la spiegazione sta nel fatto che hanno la bocca strutturata rigidamente in modo che gli alimenti ( e i corpi estranei ) una volta introdotti nel cavo orale non possono tornare indietro.

Le labbra dei bovini infatti sono del tutto prive di mobilità mentre le papille cornee che rivestono la mucosa orale sono rivolte all’indietro. A differenza dei cavalli che hanno labbra mobilissime e scelgono con cura gli alimenti scartando anche le più piccole impurità, i bovini sono anatomicamente predisposti ad ingerire tutto quello che entra nella loro bocca

La prensione degli alimenti è infatti affidata non alle labbra ma alla lingua che funziona come una falce convogliando gli alimenti nella bocca senza possibilità di ritorno.

Del resto per rendersi conto della differenza che esiste tra bovini e cavalli basta guardare in fondo alle mangiatoie : in quella dei cavalli c’é sempre un mucchietto di sassolini, in quella dei bovini non c’è mai niente.

I corpi estranei che vengono ingeriti con maggiore frequenza sono oggetti di derivazione familiare che i bovini trovano nelle stalle quando queste fungono da deposito di materiali eterogenei. Si tratta solitamente di stracci o indumenti usati o frammenti di plastica oltre naturalmente a pezzetti di filo di ferro del tipo che viene impiegato per legare le balle di fieno

Un’altra categoria di corpi estranei in grado di arrestare la ruminazione e causare il meteorismo acuto è rappresentata dai vegetali e soprattutto da quelli che dopo il raccolto vengono accantonati nelle stalle.

E’ una patologia che ha una cadenza stagionale e questo perché i bovini assumono volentieri i vegetali che sono alla loro portata e non fanno distinzioni tra vegetali in foglia o soffici come i pomodori e i fichi e quelli duri come le patate le mele o i limoni.

Il vegetale una volta nella bocca non viene masticato ma viene ingerito così com’è e se disgraziatamente è voluminoso e di una certa consistenza si arresta nell’esofago, nel punto più stretto dove questo attraversa il diaframma. L’arresto della ruminazione e il meteorismo sono immediati e l’intervento del veterinario si impone con la massima urgenza.

In questi casi non ha senso somministrare dei farmaci e bisogna far uso immediato della sonda. Questa penetra liberamente in esofago ma ad un certo punto si arresta e rimbalza indietro. Allora si estrae la sonda e si somministra dell’olio di lino per rendere il vegetale più viscido e facilitare la sua progressione verso il basso. E quindi si riprova ancora con la sonda dando dei colpetti, sempre più forti, ma senza esagerare.

Di solito questa manovra riesce e l’animale, liberato dal corpo estraneo, ritorna in breve alla normalità. Purtroppo non sempre le cose vanno così e può capitare quello che mi è successo tanti anni fa.

Chiamato d’urgenza in piena notte presso la clinica veterinaria della Blue Crescent Moon di Tripoli trovai, come già altre volte, una piccola bovina di razza locale con sintomi di soffocamento per meteorismo acuto.

Il proprietario, un modesto agricoltore, mi disse che quel pomeriggio avevano raccolto le patate e quindi, con ogni probabilità, la bovina ne aveva ingerita qualcuna o meglio ne aveva ingerite tante e tra queste una troppo voluminosa. Non c’era tempo da perdere e con l’aiuto di un assistente diedi inizio alla solita procedura.

L’assistente si applicava al meglio delle sue capacità ma con un entusiasmo che a me parve eccessivo tanto che lo richiamai più volte perché usasse la sonda con maggior cautela. Purtroppo il corpo estraneo era tenacemente incastrato nell’esofago e non si muoveva di un millimetro.

Dopo mezz’ora di tentativi infruttuosi ad un tratto la sonda scivolò nell’addome come se il caso fosse finalmente risolto ma io non ne ero affatto convinto. Intanto non c’era stata la solita fuoriuscita di gas e l’animale era più sofferente che mai. A questo punto l’assistente ritirò indietro la sonda e con mio grande sgomento vidi che impigliato tra le anse metalliche era rimasto un lembo di omento, la membrana che riveste i visceri. Capii immediatamente cosa era successo : la sonda usata con troppa energia contro un ostacolo inamovibile era scivolata lateralmente, aveva bucato l’esofago ed era penetrata tra i visceri.

Non c’era tempo da perdere e dissi al proprietario che l’animale doveva essere macellato con la massima urgenza se voleva recuperare almeno la carne. Così tornai a casa un po’ amareggiato per la sorte dell’animale e per l’insuccesso professionale. Me ne andai subito a letto anche perché il giorno dopo ero di servizio al mattatoio comunale di Tripoli e dovevo essere riposato per affrontare nella mia duplice funzione di direttore sanitario e amministrativo una situazione a dir poco esplosiva tra operatori arabi e operatori ebrei.

Infatti il mattatoio di Tripoli era articolato in due grandi padiglioni uno riservato agli arabi e uno riservato agli ebrei. Stranamente le due etnie che si odiano a morte e che su tutto sono profondamente divise hanno riti di macellazione perfettamente sovrapponibili e le carni macellate dagli uni possono essere consumate liberamente dagli altri. Questo non significa che non si verificassero zuffe paurose anche se i contendenti avevano l’accortezza prima di passare alle mani di gettare i coltelli.

Il padiglione riservato agli ebrei era molto ordinato e il veterinario ispettore poteva operare con la massima tranquillità anche perchè in caso di sequestro gli animali macellati erano coperti da assicurazione. Viceversa il padiglione degli arabi era molto caotico e in più vi venivano macellati i dromedari in promiscuità con i bovini. Bisognava stare attenti e farsi rispettare anche se il veterinario, indipendentemente dalla nazionalità, era molto rispettato per il suo grado di istruzione.

Quella mattina entrando nel padiglione degli arabi la prima cosa che vidi fu una grossa patata infilzata in uno dei ganci come una muta testimonianza del mio insuccesso. Non dissi nulla e continuai il mio giro di visite come di consueto. Certo non ero del mio solito umore e sentivo che tutti gli operatori mi guardavano facendo finta di niente. Quando arrivai alla bovina in questione mi soffermai per vedere se la qualità delle carni avesse sofferto o se le stesse potessero essere licenziate al libero consumo. Erano appena un po’ più scure del normale ma meno scure di quanto fossi io.

Uscendo dal padiglione un vecchio capo squadra mi si avvicinò e mettendomi confidenzialmente un braccio sulle spalle mi disse : dottore, non te la prendere, non è stata colpa tua, era scritto.

Il cavallo El Alamein

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Nei lontani anni ’60 l’ospedale veterinario di Sghedeida portava ancora su di una parete, sbiadito dal tempo ma ancora leggibile, la vecchia denominazione risalente agli anni ruggenti del bieco colonialismo e cioè ‘Infermeria Quadrupedi’. Era una struttura di tutto rispetto con una quindicina di box, un ampio maneggio, una sala operatoria con tanto di lettino verticale ribaltabile, più altri servizi come vasche di disinfestazione e quant’altro.

Deus ex machina di questo microcosmo era un infermiere di nome Scia-aban onnipresente a tutte ore del giorno e della notte. Le due ‘a’ del nome non erano un raddoppio di vocale ma un cambio di vocale in quanto la prima ‘a’ era una vera ‘a’ e la seconda era una ‘aen’ cioè una ‘a’ un po’ gutturale. Nella pronuncia del nome, tra la prima e la seconda ‘a’, bisognava fare una impercettibile pausa e atteggiare la bocca alla gutturalità ( se mi è permesso questo neologismo). Questo Scia-aban viveva in simbiosi con i cavalli e non era solo infermiere ma svolgeva molteplici funzioni diurne e notturne come guardiano, custode , magazziniere, maniscalco, e molto altro ancora. Viveva a Sghedeida con la moglie e una nidiata di marmocchi che lo seguivano piagnucolando con l’immancabile moccio al naso fin sotto la pancia dei cavalli. Ma i cavalli erano troppo intelligenti per far del male a dei bambini e non ricordo che a loro sia mai successo niente.

I pazienti di Sghedeida erano tutti cavalli appartenenti alle forze di polizia della Tripolitania ed erano affetti in gran parte da zoppicature dovute all’uso sconsiderato dei cavalli sui terreni sabbiosi. Era imperativo scendere da cavallo nei passaggi di duna ma pochi poliziotti lo facevano e i flessori delle falangi o il legamento sospensore del nodello si ‘strappavano’. Altra causa di ricovero, soprattutto nel periodo estivo, erano le piaghe da larve di mosche carnarie. Queste piaghe erano una vera maledizione. Interessavano le parti distali degli arti forse perché prive di riflessi cutanei e sostanzialmente immobili. Per di più i noduli sanguinolenti erano altamente pruriginosi. Per evitare che i cavalli si grattassero con i denti o con gli zoccoli era necessario ricorrere a ogni genere di espedienti come legarli ‘a due venti’, cioè con una corda per ogni lato della testa fissate bene in alto, o sospendere tra le zampe anteriori un sacco pieno di paglia in modo che lo zoccolo di un anteriore non potesse raggiungere l’altra zampa. E’ inutile aggiungere che alla fine i cavalli corde o non corde, sacco o non sacco, riuscivano sempre a grattarsi causando imponenti auto-traumatismi e mandando su tutte le furie il veterinario che nella fattispecie ero io, e il sopracitato Scia-aban che considerava il fatto come una sconfitta personale.

Quanto al medico veterinario la sua presenza era richiesta in occasione delle sedute chirurgiche, quando bisognava effettuare il cateterismo dei canali naso lacrimali per espellere le larve di mosche carnarie, o eseguire le castrazioni, o l’escissione di noduli tumorali. In queste occasioni si radunava una equipe piuttosto variegata di quattro o cinque aiutanti capitanata dal solito Scia-aban. L’anestesia era affidata a un vecchio baffuto, molto dignitoso che tutti chiamavano el Hag, cioè il santo, per essere andato in pellegrinaggio alla Mecca. Scia-aban provvedeva ad applicare le balze agli arti e a dare gli ordini necessari per abbattere il cavallo sul fianco. Una volta sul fianco e con gli arti legati a mazzetto il cavallo faceva sforzi imponenti per liberarsi ed era questo il momento atteso da el Hag per intervenire Dava di piglio alla maschera già munita all’interno di un grosso tampone imbevuto di cloroformio e l’applicava sul muso del cavallo. Il cavallo respirava rumorosamente emettendo nuvole di vapori saturi di cloroformio ed era già successo che el Hag stando a ridosso della testa del cavallo per impedirgli di muoversi cadesse in avanti addormentato con grave pericolo per il malcapitato e pregiudizio dell’igiene del campo operatorio. La cosa era risaputa e durante gli interventi tutti lo tenevano d’occhio.

Un’altra patologia, piuttosto comune nei cavalli bianchi, era la presenza dei melanomi. Detto per inciso i melanomi sono grossi noduli ripieni di materiale piceo che affliggono i cavalli bianchi quando passano una certa età. I cavalli bianchi, che in realtà sarebbe più corretto definire grigi, non erano numerosi ed erano indispensabili per la coreografia dello squadrone. Per questo motivo quando erano ricoverati venivano trattati con ogni riguardo. I melanomi interessavano le zone glabre del mantello e cioè il perineo, l’ano, il prepuzio e persino il pene. Non era una patologia maligna e gli animali potevano conviverci benissimo almeno fino a quando i noduli non rappresentassero un ostacolo meccanico alle funzioni fisiologiche. Ed era proprio con questa sindrome che un giorno arrivò a Sghedeida un paziente illustre : nientemeno che El Alamein, un castrone di venti anni capofila dei cavalli grigi e perno nelle evoluzioni dello squadrone. Il suo caso era piuttosto complicato perché i melanomi erano cresciuti a grappolo all’interno del prepuzio e impedivano la fuoriuscita del pene durante l’ urinazione. La conseguenza più imbarazzante era che quando El Alamein orinava faceva la doccia ai cavalli che gli erano a fianco. E poi, castrone o non castrone, il pene durante l’urinazione deve uscire e su questo non esistono dubbi. Più che un problema fisiologico è anche una questione di dignità equina.

Nel giorno programmato per l’intervento si scomodò persino il direttore del sevizio, un medico veterinario che era ampiamente in quella fascia di età dove riesce benissimo la funzione di direttore e meno bene la funzione di chirurgo. Ad ogni modo la squadra era al gran completo, Scia-aban alle balze, el Hag alla maschera e lo scrivente di supporto al direttore. L’escissione dei noduli all’interno del prepuzio procedeva a rilento. I vasi sanguigni grossi come matite appena recisi facevano scaturire getti di sangue a metri di distanza. Ma il bello (si fa per dire) avvenne quando giunse il momento di asportare il nodulo sul pene. Per evitare di aprire accidentalmente l’uretra fu introdotto un grosso catetere che servisse da guida e rappresentasse il limite invalicabile per il bisturi. Purtroppo nel corso dell’intervento forse per la stanchezza fu eseguita una manovra maldestra con l’apertura dell’uretra per un tratto di dieci centimetri. Gelo generale. Tutti capivano (ad eccezione di el Hag che era in stato di dormiveglia) che l’uretra a causa del passaggio delle orine, anche se suturata, non si sarebbe più richiusa e il cavallo sarebbe rimasto menomato per sempre E fu a questo punto che il direttore ebbe un’idea che non può essere definita altrimenti che peregrina. Amputare parzialmente il pene appena al disopra della fistola applicando le stecche da castrazione in modo da fermare il sangue e far cadere l’organo per necrosi. Io e Scia-aban ci guardammo in faccia con lo stesso pensiero : con questo sistema il pene non cadrà mai. Ad ogni modo non c’era scelta e cominciammo ad applicare le stecche avendo cura di non serrarle troppo. A questo punto l’intervento poteva dirsi concluso e ognuno poteva andare per la sua strada. Rimase solo Scia-aban per mettere un po’ d’ ordine e accudire il cavallo operato. Anch’io dopo i saluti salii sul maggiolino e mi avviai verso casa ma il pensiero fisso del povero El Alamein con il pene imprigionato in quello strumento di tortura non mi lasciava tranquillo. Così senza altri ripensamenti feci inversione di marcia e tornai a Sghedeida. Scia-aban era sempre lì accanto al cavallo. Gli chiesi come stava El Alamein e lui mi guardò con un’ espressione che voleva dire ‘vorrei vedere te’, ma era troppo educato per questo genere di battute e si limitò a dire ‘male’. ‘E allora’ dissi ‘torna sotto la pancia del cavallo e molla quelle maledette stecche’ ‘Ma, che dirà il mudir ?’ chiese . ‘Il mudir non dirà niente perché non lo saprà mai a meno che non sia El Alamein a dirglielo’.

Ad ogni giro di vite era come se mi togliessi di dosso un peso. Il cavallo finalmente liberato dalle stecche volle mostrarci la sua riconoscenza e il suo sollievo orinando abbondantemente. L’orina defluiva dall’orifizio naturale e anche dalla fistola che avevamo aperto con la nostra imperizia. Non era il massimo ma era sempre meglio di prima.

A distanza di alcuni giorni il direttore mi chiese come stava El Alamein. ‘Bene’ risposi. ‘E il pene è caduto?’ ’Non ancora’ dissi. ‘Beh è naturale’, disse lui, ci vuole del tempo’ ‘Certo , ci vuole del tempo’.

Il reclamo

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Tra i compiti dei veterinari igienisti, oltre quello primario della ispezione e vigilanza sulle derrate di origine animale, c’era l’evasione della pletora di reclami che i cittadini presentavano contro gli animali molesti.

In estate era un classico l’invasione di api e di vespe che approfittando del fatto che la famiglia era in vacanza in Sardegna si trasferivano con tanto di regine nel vano delle tapparelle pronte a sbucare fuori furibonde appena le stesse venivano azionate. Altrettanto frequenti erano i reclami contro i galli che obbedendo al loro orologio biologico cominciavano a cantare in ore antelucane convinti che fosse giorno fatto anche se fuori era buio pesto, disturbando, ça va sans dire, il sonno di tutto il vicinato.

Ma il reclamo classico, oserei dire il reclamo per antonomasia, era quello avanzato dagli amministratori contro i condomini rei di detenere nel proprio alloggio un numero spropositato di cani e di gatti.

Qui il veterinario, in veste di pubblico ufficiale e accompagnato da un ispettore d’igiene, si presentava sulla porta e suonava il campanello. Se il problema era rappresentato dai gatti non si sentiva nessun rumore ma un insopportabile tanfo riferibile alle orine dei gatti maschi. Se viceversa la causa del reclamo erano i cani, al suono del campanello seguiva un coro assordante di latrati e di guaiti.

Quando, nella migliore delle ipotesi, perché spesso i proprietari fingevano di non essere in casa, la porta si apriva, si presentava una vecchietta male in arnese, immancabilmente vedova, a chiederci cosa diavolo volessimo. A questo punto il problema non era spiegare il motivo della nostra visita ma piuttosto quello di entrare in casa per verificare de visu le condizioni igieniche dell’alloggio e la fondatezza del reclamo. Questo non potevamo farlo ope legis perché non avevamo nessun mandato per cui cercavamo con le buone maniere di vincere la diffidenza della signora per essere infine invitati ad entrare.

Una volta entrati in casa chiedevamo alla signora se non avesse per caso dei parenti prossimi da contattare e sensibilizzare per ovviare agli inconvenienti igienici più macroscopici mandando qualcuno, verosimilmente una ditta specializzata a ripulire l’alloggio dagli escrementi ormai stratificati. Ma di solito queste signore avevano solo un nipote che non era di nessun aiuto e che si presentava soltanto a fine mese per spillare i soldi della pensione.

Senza scoraggiarci e con molta cautela proponevamo alla signora di consegnare alcuni animali, possibilmente i più vecchi e malandati ai vigilatori cani, che avremmo mandato in seguito, perché fossero ricoverati e curati presso i canili o i gattili della leghe zoofile. Ma era una proposta irricevibile. Del resto ricorrere a un sequestro coatto con una ordinanza del sindaco era come dare il colpo di grazia al cuore malandato della proprietaria che di fronte a tale evento avrebbe reagito con un bell’infarto e allora per noi sarebbero stati guai seri.

Non restava che limitarsi a delle raccomandazioni generiche, ex iuvantibus, perché l’alloggio fosse tenuto in condizioni igieniche decenti e non desse più adito a reclami. In altre parole il nostro sopralluogo era stato del tutto inutile.

Sempre a proposito di cani e di gatti presenti in soprannumero negli alloggi capitava talvolta che la proprietaria fosse ricoverata d’urgenza in ospedale e quindi bisognava intervenire perché gli animali custoditi in casa non morissero di fame e di sete. In questo genere di interventi il veterinario era l’uomo di punta di un commando composto da due vigilatori cani armati di guinzagli e museruole per i cani o di retino e gabbie per i gatti, più due agenti della vigilanza interna dell’ospedale che avevano il compito specifico di impedirci di frugare nel cassettone o nei materassi alla ricerca dell’immancabile tesoro accumulato negli anni dai vecchi solitari. Il loro motto era : fidarsi è bene con quel che segue.

Le condizioni igieniche di questi alloggi erano indescrivibili, tali da superare ogni più fosca immaginazione. Gli animali, cani o gatti che fossero, ormai inselvatichiti dal lungo isolamento, diventavano delle piccole belve e si difendevano con quanta forza avevano in corpo.

Ma fra tutti i reclami ce ne è uno che ricordo in modo particolare anche perché ha messo a dura prova la mia innata capacità di risolvere i casi più complicati. La segnalazione era arrivata per telefono da parte dei dipendenti del Comune distaccati presso il cimitero di Staglieno Qui una signora, rimasta da poco vedova, si era lamentata perché sulla tomba del marito trovava sempre gli escrementi di un gatto. La tomba era ancora in terra battuta in attesa del marmista e quindi era verosimile che un gatto, poco rispettoso del suo dolore, la usasse come lettiera.

Detto fatto fu deciso di piazzare nelle vicinanze della tomba una gabbia trappola con un’ esca alla quale nessun gatto può resistere e cioè un bel mucchietto di acciughe fresche. E infatti il giorno successivo arrivò puntuale la telefonata da Staglieno perchè il gatto era stato catturato e quindi bisognava mandare qualcuno a ritirarlo.

Ricordo che per pura curiosità andai di persona a ritirare la gabbia. La gabbia, a differenza di quelle moderne in lega leggera, era un manufatto molto pesante e a maglie fitte per cui non era facile guardarvi dentro. Ma aguzzando lo sguardo ( a quei tempi ci vedevo benissimo ) vidi qualcosa che mi lasciò perplesso. Un corpo lungo e sinuoso di un bel grigio uniforme e una testa molto piccola con due occhi tondi e ravvicinati. Passai in rassegna le mie reminiscenze zoologiche e arrivai alla conclusione che il gatto profanatore di tombe non era un gatto ma una faina. Direi anzi un bell’esemplare di faina in ottime condizioni di salute e di nutrizione. Ma il problema era tutt’altro che risolto perché ne nasceva un altro : che farne?

Era fuori dubbio che la faina appartenesse alla fauna protetta e quindi non solo non poteva essere soppressa ma doveva essere reinserita al più presto in un habitat adeguato alle sue caratteristiche biologiche. Ma quale era l’ente competente per casi del genere? Ai posteri l’ardua sentenza.

Pensai subito alle Guardie Forestali ma mi risposero in modo piuttosto risentito che nel loro mansionario nessun capitolo o comma parlava di faine. Mi rivolsi allora alla Regione ma quando con grande fatica riuscii a superare il filtro del centralino telefonico mi risposero che avevano ben altro da fare che pensare alle faine.

A questo punto andando per esclusione la soluzione mi parve chiara. La competenza non poteva essere che della Provincia visto che quest’ente legifera in materia di caccia. Ma anche qui nessuno sapeva cosa fare.

Piuttosto demoralizzato mi rivolsi al mio direttore di servizio che suggerì di liberare la faina in aperta campagna. Ottimamente pensai, così la faina comincia a frequentare i pollai della zona finchè un contadino più affezionato ai suoi polli che alla fauna protetta non le scarichi addosso la doppietta.

La soluzione, quella vera, non poteva essere che una sola : rimettere la faina dove era stata catturata. Ma c’era un problema. Passare dal cancello principale con la faina significava fare una figura della stessa materia che aveva reso celebre Cambronne. Bisognava introdurla nel cimitero ma di soppiatto.

Ricordavo che nella cinta muraria c’era un varco per consentire il passaggio degli autotreni per un lavoro in corso e proprio lì liberai la faina che si immerse nella vegetazione come un pesce nell’acqua.

Il bello fu che dopo alcuni giorni gli addetti al cimitero telefonarono per comunicarci i ringraziamenti della signora. Evidentemente la faina, la cui astuzia non per niente è proverbiale, aveva pensato che la cosa migliore per lei era cambiare lettiera.

Bijou

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Gestire un canile, contrariamente a quanto si crede, non è affatto una cosa semplice e questo perché i cani, anche i più mansueti, al di fuori dell’ambiente familiare sono imprevedibili e capaci di ogni genere di nefandezze. Introdurre un nuovo soggetto in una gabbia dove c’è un gruppo precostituito è sempre un’operazione ad alto rischio da attuare con gradualità e dopo aver valutato attentamente l’indole e l’aggressività di tutti i soggetti. Ciò malgrado, per quanto si usi la massima cautela, le amare sorprese sono sempre all’ordine del giorno. Nessuno avrebbe potuto immaginare che due piccoli Welsh Pembroke Corgi, i cani prediletti dalla regina Elisabetta, si sarebbero trasformati in spietati killer ai danni di un pacifico bastardino un po’ obeso. La stessa sorte sarebbe toccata ad un altro bastardino ad opera di due grossi cuccioli Airdale, solo che in questo caso il pericolo era rappresentato non dalla loro ferocia ma dalla loro indole giocosa e dalla loro irruenza. Per fortuna in questo caso il personale del canile ebbe modo di intervenire e salvare il malcapitato. In altre parole la sistemazione ottimale per ogni cane sarebbe quella di poter disporre di una gabbia singola, magari piccola, a condizione di essere portato fuori ogni giorno per una passeggiata di almeno un’ora e sempre dalla stessa persona. In questo modo il cane potrebbe alimentarsi con comodo senza paura di essere sbranato da compagni più famelici e potrebbe mantenere un rapporto affettivo con un essere umano che è fondamentale per non immalinconirsi e superare lo stress del distacco familiare.

Nella mia esperienza personale ho avuto modo di notare come una custodia di 15 giorni venga superata senza troppi danni se si eccettua una lieve perdita di peso. Oltre questo limite la custodia diventa problematica ed è inevitabile uno scadimento fisico generale. Nella migliore delle ipotesi si verificano delle alterazioni del mantello con formazioni di calli e chiazze alopeciche nei punti di contatto del corpo col fondo della gabbia.

Il canile che gestivo in Libia negli anni ’60 comprendeva una quindicina di gabbie e ospitava abitualmente una quarantina di cani Evitavo di accogliere cani di grossa taglia perché devono stare necessariamente da soli e invece tutto lo spazio mi serviva per far fronte alle richieste della clientela. I miei clienti erano di solito americani impegnati nel settore petrolifero che per contratto disponevano di una vacanza di sei settimane da trascorrere in patria. Quaranta giorni sono veramente troppi e al momento della restituzione le condizioni di salute dei cani nella migliore delle ipotesi erano discrete. Il mio aiutante li rendeva presentabili con una accurata toelettatura usando uno shampoo speciale che dava al pelo una particolare brillantezza. Per fortuna gli americani erano ottimi clienti. Non facevano mai obiezioni, si rendevano conto delle difficoltà di una custodia prolungata, pagavano di buon grado e ringraziavano. I momenti veramente critici furono due : annunciare ai proprietari la morte del bastardino e ammettere di non essere stati in grado di impedire la fuga di un altro soggetto che era riuscito ad evadere malgrado la doppia recinzione. I proprietari all’annuncio della perdita dei loro beniamini erano ovviamente contrariati ma non fecero scenate né accennarono a ricorsi alle vie legali come avrebbero fatto dei clienti italiani. Tutto sommato gli incidenti furono veramente pochi e la quasi totalità delle custodie si concluse felicemente

Ma accanto agli episodi spiacevoli ce ne furono altri che possono essere definiti tragicomici Il primo caso è quello di una barboncina silver che dopo una custodia di 40 giorni fu restituita in condizioni fisiche accettabili. A distanza di una trentina di giorni però fu riportata in studio perché aveva l’addome gonfio. Lì per lì pensai ad una ascite o a qualcosa del genere ma le condizioni di salute erano buone e l’appetito normale. Mi è bastato un esame un pò più accurato per svelare l’arcano : la barboncina era gravida a termine. Feci un febbrile computo dei giorni ma non c’era possibilità di errore. Il fattaccio era avvenuto proprio durante la custodia. Eppure nella gabbia della barboncina c’erano solo femmine. Pensa e ripensa mi ricordai che nella gabbia accanto c’era un altro barboncino, anche questo silver, di nome Bijou, Era un maschietto molto vivace e intraprendente , fornito tra l’altro di doti acrobatiche tanto che lo avevo sorpreso più volte arrampicato sulla rete divisoria come un gatto. Certamente non potevo immaginare che fosse capace di scavalcare la rete. E invece era andata proprio così. Quello che era stupefacente era il fatto che dopo il matrimonio segreto fosse tornato nella sua gabbia. Evidentemente le altre femmine non erano troppo amichevoli e Bijou aveva ritenuto prudente tornare da dove era venuto. In altre parole tutto finì con una risata e una bella cucciolata di barboncini silver che incrementò il parco clienti.
Ma l’episodio che ha veramente dell’incredibile è un altro. Una famigliola americana appena rientrata dalle ferie si presentò al gran completo per ritirare il loro house pet cioè il cane di casa. Solita prassi, solita toelettatura e il cane tutto scodinzolante e saltellante di gioia fu portato via in pompa magna. A distanza di alcuni giorni però si presentò un’altra famigliola, anche questa americana, per ritirare il proprio cane. Sembrava un’operazione di routine e invece la scena si animò subito con un imprevisto. Tutti i componenti della famiglia alla vista del cane che era stato loro consegnato esclamarono in coro ‘this is not our dog’ . Sorpresa generale. ‘Ma come fa a non essere your dog’ dissi io ‘se in canile di cani non ce ne sono altri ?’ Ma essi insistevano e i bambini cominciavano ad innervosirsi. Non sapevo veramente cosa pensare , ma poi, osservando attentamente il cane, notai una vaga somiglianza con il cane che avevo consegnato alcuni giorni prima. Però mi sembrava impossibile che nessuno in quella famiglia si fosse accorto che quello che stavano ritirando non era il loro cane. Ad ogni modo invitai nel mio studio le due famiglie con i relativi cani per un confronto amichevole. E qui avvenne lo scambio dei cani tra grosse risate e inviti reciproci a parties ad alta gradazione alcoolica Veramente i bambini della prima famiglia piagnucolavano perché si erano affezionati al nuovo cane che trovavano più divertente del loro. Per non farli piangere fu promesso loro che avrebbero potuto prendere il cane quando avessero voluto e magari tenerlo overnight. Avere dei clienti così, simpatici e disponibili, anche se un po’ distratti, è il sogno di tutti i veterinari.

Brenda

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Le compagnie petrolifere che operavano in Tripolitania negli anni ’60 avevano convogliato sul posto migliaia di tecnici statunitensi con le relative famiglie dando luogo ad un vero fenomeno di costume caratterizzato dalla diffusione di modelli esistenziali prettamente americani fino ad allora sconosciuti.

Così alla periferia di Tripoli era sorta Giorgimpopoli, un intero quartiere americaneggiante composto da villette mono e bifamiliari con tanto di front-yard e back-yard e l’immancabile barbecue.

In tale contesto non potevano certo mancare gli impianti per il bowling, i maneggi per cavalli in perfetto stile western, le aree attrezzate per i parties ad alta gradazione alcoolica, i locali dove gustare gli hamburger che malgrado il nome altisonante altro non erano che dei panini mezzo crudi ripieni di carne tritata cotta sommariamente su piastra e condita, si fa per dire, con ketchup.

Anche in ambito domestico gli americani avevano introdotto una sostanziale novità. Per le faccende domestiche non venivano più scelte le ragazze locali impacciate nel costume etnico, coi monili e le treccioline, ma erano preferiti dei ragazzotti detti houseboys certamente più spigliati e in grado di esprimersi in inglese

Francamente provavo un certo imbarazzo quando in occasione di una visita domiciliare al cane di casa trovavo questi ragazzotti intenti a stirare la biancheria intima della padrona di casa o delle figlie adolescenti. Ma gli americani erano e sono fatti così : grossi e senza malizia, come le balene.

Tra i compiti degli houseboys c’era quello di accudire gli animali di casa soprattutto in estate quando la famiglia si trasferiva armi e bagagli negli States per un periodo di vacanza che non era mai inferiore a sei settimane. Bisognava accertarsi che all’animale non venisse mai a mancare l’acqua fresca assicurata da un rubinetto del giardino lasciato opportunamente semiaperto, e che mangiasse almeno due scatolette di dog-food al dì. Altra incombenza, non meno importante in un Paese caldo, erano i bagni medicati con soluzione di Gamexan, da eseguire periodicamente ma alla giusta concentrazione per evitare che insieme ai parassiti morisse anche l’ospite. Se poi l’animale si fosse ammalato, l’ordine era di chiamare il
veterinario che in assenza di concorrenti ero io. Avrebbero provveduto i proprietari a saldare la parcella una volta tornati.

Così non fui affatto stupito il giorno in cui trovai in studio ad aspettarmi un houseboy che conoscevo. Mi disse che il cane di casa, un dobermann femmina di 4 anni di nome Brenda aveva partorito normalmente ma poi si era ammalata e rifiutava di mangiare

Per quanto ne sapevo era un cane in piena salute e relativamente giovane ma in ogni caso era meglio andare a vedere cosa fosse successo. Tra me e me pensai ad una mastite o a un sovraccarico alimentare dovuto alla ingestione di tutte le placente. E’ buona regola infatti consentire alla madre di mangiare non più di una o due placente.

Quando, accompagnato dallo houseboy, entrai nel giardino della villetta vidi la cagna accovacciata in un angolo che allattava i suoi piccoli. Ne contai quattro. Pochi, pensai, trattandosi di un dobermann. E infatti gli altri cuccioli c’erano ma erano rimasti dentro la madre Per qualche motivo che ormai non era più possibile riconoscere, ma verosimilmente un cucciolo troppo voluminoso o una presentazione trasversale, il parto si era interrotto e i cuccioli ritenuti dopo alcune ore erano morti. Ora, a distanza di una settimana cuccioli e placente erano in stato di avanzata putrefazione e tutta l’area sotto la coda, dall’ano alle mammelle, compreso il piatto delle cosce, aveva assunto un colorito verdastro e crepitava alla palpazione per la presenza di gas. Era un classico caso di gangrena gassosa.

La prima considerazione fu che per l’animale non c’era più niente da fare e la cosa più sensata sarebbe stata sopprimerlo immediatamente o per usare un eufemismo preferito dagli americani metterlo a dormire. Ma c’erano i cuccioli e li per li non seppi decidermi. Tornerò domani, dissi allo houseboy, e intanto cercherò qualcuno che si occupi della cucciolata.

Così il giorno dopo, di buon’ora, ero sul posto ad attendere l’arrivo dello houseboy. Cercai la cagna ma non era dove l’avevo lasciata.
Era invece sull’uscio di casa ma morta. La cosa mi addolorò ma non mi stupì più di tanto viste le sue condizioni. Ma quello che mi lasciava perplesso era il fatto che per quanto guardassi in tutti gli angoli e frugassi sotto tutti i cespugli dei cuccioli non c’era traccia. Pensai che poteva averli presi uno sciacallo, ma era poco probabile così dentro l’abitato.
Era più verosimile l’impresa di una volpe o di un gatto selvatico o magari di un uccello rapace tanto diurno che notturno. Sapevo che poiane e gufi sono in grado di predare senza sforzo lepri e conigli. Però avrebbero dovuto esserci delle tracce : delle piume, del sangue, insomma qualcosa

Sempre più perplesso continuai a guardarmi intorno finché in un angolo vidi della sabbia più rossa, come se fosse stata smossa di recente. Spinto da un presentimento afferrai una zappetta e cominciai a scavare. Infatti sotto pochi centimetri c’erano i cuccioli, composti amorevolmente come in una cuccia. La madre, guidata dall’istinto e sentendosi morire , con le sue ultime forze li aveva sepolti forse per occultarli ai predatori o per portarli via con sé. Chissà.

Guardai lo houseboy con disapprovazione. Sarebbe stato sufficiente che mi avesse chiamato una settimana prima e ora madre e cuccioli sarebbero stati vivi e vegeti Ma una iniziativa del genere non era nelle sue corde. Del resto nemmeno io ero esente da colpe. La mia esitazione davanti a un compito sgradevole non aveva lasciato scampo ai cuccioli

Adesso non restava che ingrandire la buca e farvi scivolare la madre sistemandola vicino ai cuccioli come se li allattasse. Lo houseboy lavorava alacremente spianando il terreno e cancellando ogni traccia come se madre e cuccioli non fossero mai esistiti. E invece il ricordo di quella piccola tragedia è rimasto nella memoria tra i casi non a lieto fine che abbondano, purtroppo, nella carriera di un medico veterinario.

La Signora di Garian

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Erano  anni che ne sentivo parlare ma in maniera confusa tanto che non avevo capito se si trattasse di una scultura, di una pittura o di una leggenda metropolitana. Mi ripromettevo tuttavia di svelare l’arcano appena ne avessi avuto l’oppportunità. Accolsi quindi di buon grado l’ordine di recarmi a Garian per prestare delle cure ad un cavallo della locale stazione di polizia. Detto per inciso la cura degli effettivi della Polizia a Cavallo era un mio incarico ufficiale e per usare un termine in voga al giorno d’oggi  un  compito istituzionale.

Preparai  con cura i prodotti che ritenevo potessero essermi utili per una lunga trasferta. A Garian non c’era di certo una farmacia veterinara, anzi, per quanto ne sapevo io, non c’era una farmacia vera e propria ma un posto di guardia medica con una dotazione di farmaci. Comunque ero pronto e imboccai la strada verso Sud pieno di buona volontà e con la speranza di fare finalmente la conoscenza con la misteriosa Signora.

I primi 30 chilometri trascorsero nel verde delle aziende agricole punteggiato di ulivi e di mandorli.  Poi, come se esistesse una linea netta di demarcazione, alle aziende agricole fece seguito la steppa ondulata della Gefara disseminata di ginestre e di cespugli di alfa-alfa.

A metà strada c’era El Azizia, una località nota per l’intensità delle temperature estive, appena un gruppo di case cresciute disordinatamente ai lati del nastro d’asfalto con gli immancabili negozietti per la vendita di bibite disperatamente tiepide e gli ingradienti per fare il thè, esclusivamente verde con il contorno di arachidi tostate.

Garian, la mia meta,  era una ciittadina berbera appollaiata sulle pendici del Gebel Nefusa a circa 80 chilometri a Sud di Tripoli e quindi  ad appena un’ora d’auto .  Era nota per il suo clima temperato e la presenza di abitazioni scavate nella roccia risalenti alla più remota antichità dette appunto troglodite.  In realtà il tragitto richiedeva  molto più di un’ora  perché dopo avere attraversato la Gefara si incontravano i contrafforti del Gebel Nefusa.  Qui bisognava ingranare la seconda e armarsi di pazienza per affrontare i tornanti del famoso ciglione, una parete di roccia quasi verticale, lungo la quale  la strada si inerpicava  con una serie interminabile di curve e controcurve superando un dislivello di 800 metri in appena 15 chilometri.

Ai piedi del ciglione, prima di iniziare la salita,  c’erano sparsi al suolo i ruderi di un arco di trionfo d’epoca fascista che recavano ancora l’ iscrizione ‘ROMA  DOMA’ , come  il sogno di un impero coloniale sprofondato miseramente nella sabbia.

Giunto alla stazione di Polizia fui accolto con la consueta deferenza dal comandante. Poi il graduato responsabile delle scuderie mi accompagnò a visitare il paziente che con mia  sorpresa non era un cavallo ma  uno dei due muletti che venivano impiegati come cavalcatura nelle zone più impervie e nei sentieri di montagna. L’animale presentava un occhio quasi svuotato del suo contenuto e un rigagnolo di sangue essiccato lungo tutta la testa. Chiesi al graduato cosa fosse successo e mi rispose che l’animale si era ferito contro il ramo di un albero. La spiegazione non mi sembrò convincente. Era molto più probabile che il muletto avesse perso l’occhio per un colpo di frustino.

Mi feci portare una bacinella con acqua tiepida e sapone e cominciai a detergere l’occhio. Poi riempii  la cavità con una pomata all’ossido giallo di mercurio e invitai il graduato a ripetere la medicazione tutti i giorni Ad abundantiam aggiunsi una puntura di Trimicina.

Circa il futuro del muletto ero incerto sul da farsi. L’animale  doveva essere riformato e su questo non c’erano dubbi visto che con  un solo occhio non offriva sufficienti garanzie di sicurezza per il cavaliere. Ma mi dispiaceva un pò,  e così presi tempo limitandomi a scrivere sul suo  fascicolo personale : ‘perdita dell’occhio destro per ferita accidentale’. Il mio compito comunque era finito e mi era rimasto abbastanza tempo per mettermi alla ricerca della Signora di Garian.

Cominciai a chiedere notizie ad alcuni passanti ma la mia conoscenza della lingua locale era molto limitata e il termine ‘mra’ che in arabo significa ‘donna’ dava l’impressione che fossi alla ricerca di avventure extraconiugali. Finalmente trovai un anziano che conosceva un po’ di italiano e che mi accompagnò di buon grado in un gruppo di caserme abbandonate. Erano degli edifici ormai fatiscenti   costruiti intorno agli anni ’40 quando tutta la Tripolitania era una immensa caserma. Qui c’erano stati prima i soldati  Italiani, poi i tedeschi e per ultimi gli inglesi, dapprima come prigionieri di guerra e poi come forze d’occupazione.

E da quello che mi diceva la mia guida improvvisata erano stati proprio i prigionieri di guerra inglesi catturati a migliaia da Rommel, alias la volpe del deserto, con le sue fulminee avanzate in Cirenaica, ad affollare le caserme e a dare vita alla leggenda della Signora di Garian.  In un grande stanzone, verosimilmente un locale di ritrovo  e di svago, si poteva ammirare un  murale che occupava tutta la parete, tracciato a carboncino da  un prigioniero  dotato certamente di  talento artistico e  raffigurante una splendida donna nuda sdraiata sul fianco con la testa rialzata nell’atto di acconciarsi i capelli.

Il profilo del corpo riproduceva quelllo della Tripolitania  con i nomi delle varie località mentre una processione di piccoli carri armati percorreva le curve sinuose  della donna trasformando una occupazione militare in una conquista amorosa. Sullo sfondo erano rappresentate scene di guerra, sbarchi di mezzi anfibi, bombardamenti aerei, assalti all’arma bianca.

Quella figura femminile su quella nuda parete emanava un grande fascino. Pensai per un attimo ai prigionieri che un tempo avevano affollato lo stanzone, alle loro risate, ai loro scherzi. Sicuramente l’immagine della donna aveva  alimentato per mesi se non per anni i loro sogni amorosi e alleviato la nostalgia di casa dei più giovani. Questo fino al giorno in cui erano arrivati  i reparti dell’ VIII Armata Britannica del Generale Montgomery a liberarli e a mettere la parola ‘fine’al conflitto.

Ora le caserme , abbandonate e spoliate degli infissi, delle porte e di quanto era stato possibile asportare, erano diventate nel corso degli anni dei ruderi. Nella desolazione generale solo la Signora di Garian continuava a sorridere, indifferente a tutto, ai mutamenti storici che erano intervenuti  dopo il conflitto,  al trascorrere inesorabile del tempo che aveva cancellato tutto ma lasciata inalterata la sua prorompente bellezza.

Abu-Sittah

ippodromoL’ippodromo tripolino della Abu-Sittah aveva sicuramente visto tempi migliori durante gli anni ruggenti del bieco colonialismo quando le corse al galoppo erano un evento mondano e l’occasione per sfoggiare le ultime novità della moda. Sulle tribune sedevano signore impellicciate, ufficiali in alta uniforme mentre il servizio d’ordine era affidato agli zaptie’,i carabinieri libici, avvolti nei loro pittoreschi burnus azzurri, infiocchettati e bordati di rosso con i fregi dell’Arma.
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