Bakkusc

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Era da un po’ di tempo che il buon Bakkusc, l’uomo che si prendeva cura dei miei animali domestici mi tormentava con la richiesta di un asino. Non un asino di Ragusa o di Pantelleria ma un asinello locale grande abbastanza per trasportare un fascio d’erba medica, un sacchetto di patate, la spesa per la famigliola e occasionalmente lo stesso Bakkusc. Ogni sera prima di accomiatarsi con le ceste piene di ortaggi e di frutta mi guardava con aria di rimprovero. Era una situazione eticamente insostenibile. Così un venerdì, vedendolo più afflitto del solito, gli dissi : ‘andiamo a Suk el Giuma a comprare questo benedetto asino’. Bakkusc, che evidentemente non aspettava altro, tirò fuori da una cesta una testiera nuova tutta infiocchettata di rosso e completa di briglie, con l’immancabile amuleto contro il malocchio, perché sarà anche vero che il malocchio non esiste ma esorcizzarlo è sempre meglio.

Suk el Giuma negli anni sessanta non era stata ancora raggiunta dalla espansione urbanistica della città ed era poco più di un borgo agricolo che si animava ogni venerdì in occasione del mercato . E Suk el Giuma in arabo significa proprio mercato del venerdì. Quel giorno confluivano in un grande recinto e venivano esposti in pittoresco disordine tutti i prodotti dell’artigianato locale, le verdure e i frutti delle oasi, e soprattutto una grande varietà di animali domestici.

In un angolo su di una stuoia , vidi, disposte in bell’ordine, delle infiorescenze bianche legate a mazzetto che, come mi spiegò Bakkusc erano fiori maschili di palma. Io fino a quel momento avevo considerato le palme esseri vegetali asessuati e invece ora venivo a sapere che esistevano palme maschio e palme femmina. I fiori maschili una volta portati in cima alle palme femmine e legati vicino ai grappoli avrebbero assicurato una migliore impollinazione e un raccolto più abbondante. ‘Comunque’ dissi a Bakkusc, ‘non siamo venuti qui per documentarci sulla sessualità delle palme ma per comprare l’asino’.

Il settore asinino era piuttosto affollato e c’era solo l’imbarazzo della scelta. C’erano asini grigi con la loro brava riga mulina e la croce di Sant’Andrea sul garrese, e asini neri con l’addome bianco noto in zootecnia come ventre di biscia. L’ostacolo maggiore era rappresentato dai sensali che ci inseguivano cercando di convincerci a comprare un asino piuttosto che un altro decantandone la forza e la bellezza. La scelta cadde su di un soggetto nero molto giovane con le orecchie erette e l’occhio vivace. Il costo era ragionevole e l’acquisto avrebbe potuto concludersi in pochi minuti ma un comportamento del genere sarebbe stato giudicato offensivo dal venditore e dal sensale. Bisognava invece intavolare una estenuante trattativa fatta di finte rinunce e repentine rincorse fino alla felice conclusione dell’affare. Bakkusc tirò fuori la sua bella testiera e la fece indossare, non senza qualche difficoltà al nuovo acquisto.

A questo punto c’era ancora una formalità da compiere : una sosta al bar per celebrare degnamente l’evento. Veramente più che di un bar si trattava di una bettola, non dissimile da quelle frequentate dai pirati e descritte da Stevenson ne ‘L’isola del tesoro’. Ma la cosa più stupefacente era che a gestire quella specie di antro fosse una signora italiana che tutti chiamavano affettuosamente ‘Mama’. Questa Mama era piccola e nera, sulla sessantina, di chiara estrazione meridionale col toupet d’ordinanza. Mi chiesi come facesse a non restare uccisa nelle risse tra avvinazzati che a giudicare dai volti congestionati dovevano essere piuttosto frequenti, ma poi, vedendola muoversi esile e minuta scansando abilmente gli avventori più turbolenti tenendo in equilibrio i boccali colmi di leghbi e traboccanti di schiuma capii che a proteggerla era la sua stessa fragilità. Nessuno avrebbe osato mancarle di rispetto o farle del male. Il proibizionismo gheddafiano era di là da venire e tutti trincavano allegramente soprattutto leghbi, il delizioso vino di palma.

Ma ormai era venuto il momento di congedarsi dopo il consueto rituale fatto di reiterate e interminabili strette di mano. Dissi a Bakkusc che in qualità di veterinario avevo delle visite urgenti da fare e che lo avrei aspettato a casa tra un paio d’ore. Lui nel frattempo avrebbe avuto l’opportunità di approfondire la conoscenza con il suo nuovo mezzo di trasporto. Ma a notte fonda non era ancora arrivato. Pensai che fosse andato a casa direttamente e invece me lo trovai davanti all’improvviso con gli abiti a brandelli e il viso rigato di sangue. Pensai subito che fosse stato investito ma lui fece cenno di ‘no’ con la testa. ‘E allora, dissi, cosa è successo?’ ‘L’asino non è domato e non si fa cavalcare’ rispose. Questa è un’altra novità, pensai, che fa il paio con il sesso delle palme. Che anche gli asini come i cavalli del Far West dovessero essere domati era la prima volta che lo sentivo. Tanto per sondare il terreno chiesi se nella zona ci fossero dei domatori di asini e mi rispose che ce ne erano a decine, ma il migliore, aggiunse, è un certo Jussef, che è un po’ caro ma sa il fatto suo’. ‘E quanto costa? ’chiesi. ‘Una piastra per seduta’. ‘E quante sedute ci vogliono?’. ‘Almeno cinque’. L’acquisto dell’asino si stava rivelando un vero e proprio investimento. Cominciavo anche a capire il motivo per cui il prezzo fosse così accessibile. Ma non c’era altro da fare e dissi a Bakkusc di fissare la prima seduta.

Il giorno dopo come in ogni rodeo che si rispetti si era radunata una piccola folla. Poi arrivò Jussef, che si avvicinò all’asino e lo fissò intensamente negli occhi per soggiogarlo da un punto di vista psicologico. Ma ci voleva ben altro. L’asino era insensibile ai messaggi subliminali e appena Jussef gli saltò in groppa si divincolò come un ossesso facendolo cadere rovinosamente. In realtà Jussef cercò di restare sull’asino avvinghiandosi con le gambe e restando appeso lateralmente come un cosacco del Don ma l’asino lo convinse a desistere con una doppietta di calci appioppati con rara precisione sul posteriore. C’era da sentirsi male dal ridere. Gli spettatori erano entusiasti. Meglio che al cinema, dicevano . Ridevano tutti tranne Bakkusc. Quanto a Jussef si rialzò dolorante per reclamare la sua piastra. Per farla breve le cinque sedute si risolsero in altrettante cadute e senza risultati apprezzabili. L’asino era refrattario ad ogni ammaestramento e forse era proprio per questo motivo che il proprietario e il sensale non vedevano l’ora di disfarsene.

Bakkusc fece un estremo tentativo di utilizzarlo aggiogandolo a un piccolo calesse con le ruote gommate che giaceva abbandonato tra i ferrivecchi. Per impedirgli di sollevare il posteriore e scalciare aveva predisposto tra le stanghe un sapiente groviglio di corde. Ma non c’era niente da fare. L’asino riusciva sempre a eludere le sue misure contenitive. Evidentemente la caratteristica di sollevare il posteriore e scalciare ce l’aveva scritta nel DNA ammesso che anche gli asini ne abbiano uno. Poi un giorno Bakkusc si presentò al lavoro a cavalcioni di un’asina, piuttosto vecchia e panciuta e dal colore indefinibile. Il mantello presentava qua e là ampie chiazze depilate. ‘E l’asino?’ Chiesi. ‘L’ho scambiato’ disse lui. . ‘L’hai scambiato con quella?’ ‘Quella’, rispose un po’ piccato ‘ porta fino a 200 chili e a passo svelto’. ‘A vederla non si direbbe’ feci io. Se ha delle doti le nasconde proprio bene’. ‘E dimmi, ha anche un nome?’ ‘Non ancora, ma se vuoi puoi trovarne tu uno’. ‘No grazie, anzi, fammi un favore, per un po’ di tempo non parlarmi più di asini’.

Makluba

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In Tripolitania negli anni ’60 la Rabbia non era un evento raro e ogni anno venivano segnalati numerosi focolai. All’origine di ogni focolaio c’era sempre la storia di un cane che in preda al delirio rabido aveva fatto irruzione in un villaggio o in una azienda e prima di essere soppresso a colpi di badile o di bastone aveva fatto in tempo a mordere ogni essere vivente che si fosse trovato alla sua portata. Solitamente venivano morsi i cani del posto che affrontavano animosamente l’intruso ma talvolta venivano morsi anche altri animali come asini, cavalli e soprattutto bovini. Questi ultimi si difendevano abbassando la testa e minacciando con le corna l’aggressore tanto che alla fine venivano immancabilmente morsi sul musello, una regione riccamente innervata, dove il virus veicolato dalla saliva aveva modo di penetrare in profondità.

A distanza di un mese dal fattaccio qualcuno degli animali morsicati manifestava a sua volta la Rabbia. Se si trattava di un cane quasi sempre si allontanava per portare altrove il contagio e accendere un nuovo focolaio. Se viceversa si trattava di un bovino restava sul posto trattenuto dalla catena presentando un corredo di sintomi abbastanza caratteristico come irrequietezza, bava, muggiti prolungati, aggressività. Teoricamente questi focolai avrebbero dovuto perpetuarsi all’infinito in quanto ogni cane affetto da Rabbia aveva la possibilità di mordere altri cani e questi altri ancora ma le cose non sempre andavano così. Intanto solo una piccola percentuale delle morsicature trasmetteva il virus e inoltre la Rabbia spesso si presentava fin dall’inizio nella forma paralitica o muta e l’animale colpito si appartava e si lasciava morire. Ma il più delle volte il focolaio si estingueva sul nascere perché il cane riconosciuto rabido veniva soppresso prima che avesse avuto il tempo di aggredire e mordere altri animali

Da un punto di vista clinico la malattia esordiva solitamente come Rabbia furiosa per evolvere dopo un paio di giorni in Rabbia paralitica. Ma al di la di questa classificazione che può essere definita scolastica esistevano molte forme intermedie per cui anche il cane già in preda alla paralisi continuava a mordere se veniva disturbato. Era quello che capitava sovente ai proprietari che toccavano il cane per scoprire le ragioni del suo malessere.

Il decorso della malattia era brevissimo e l’esito sempre letale : appena tre o quattro giorni. Il primo sintomo era il cambiamento d’umore. Un cane abitualmente docile diventava aggressivo e attaccava i proprietari. In questa fase poteva allontanarsi e vagare senza una meta attaccando tutti gli animali che incontrava sul suo cammino. Nel giro di uno o due giorni sarebbe subentrata la paralisi e la morte.

Il medico veterinario per ragioni professionali era la figura più esposta al contagio dato il contatto quotidiano con animali sia di piccola che di grande mole. Per sua fortuna i sintomi dell’encefalite rabida erano piuttosto caratteristici e potevano essere riconosciuti a distanza. Solitamente i cani venivano portati alla visita quando la malattia era nella fase paralitica. L’animale presentava zampe divaricate, equilibrio instabile, testa bassa, sguardo torvo, mandibola inerte e abbondante bava. Spesso tentava di abbaiare ma dalla gola usciva un suono strozzato inconfondibile per chi l’avesse udito almeno una volta. Ma anche per i soggetti che venivano portati alla visita prima che comparissero tutti i sintomi l’anamnesi era sufficiente per destare il sospetto di infezione rabida e suggerire la massima prudenza. Cito a caso alcuni casi clinici occorsi nella mia lunga esperienza. Un cane di indole pacifica che per anni aveva convissuto con una tribù di gatti, repentinamente li aveva attaccati e ne aveva fatto strage. Un altro cane amichevole con tutti e abituato a giocare con i bambini del vicinato da un giorno all’altro aveva cominciato a inseguirli e a dar loro dei piccoli morsi. Entrambi i casi erano fortemente sospetti e consigliavano le massime precauzioni nella manipolazione dei soggetti.

Al contrario le cose per il veterinario si complicavano quando erano colpiti i grossi animali domestici. Gli eccessi comportamentali non erano rari anche in animali perfettamente sani. Comunque una volta contratta la malattia ogni animale reagiva seguendo la propria indole naturale. Così asini e dromedari che in natura mordono con una certa facilità, sotto l’effetto della malattia diventavano protagonisti di morsicature devastanti ai danni del personale che li accudiva. Allo stesso modo i bovini caricavano a testa bassa quanti avevano la sventura di capitare nel loro raggio di azione. Da un punto di vista clinico la malattia era meno riconoscibile che nei cani, almeno all’inizio, e poteva accadere che il veterinario si contaminasse con la saliva, il sangue, le orine, e gli altri liquidi organici contenenti un’alta concentrazione di virus.

Il primo episodio di Rabbia in un bovino che ho avuto occasione di vedere non necessitava di particolari conoscenze d’ordine diagnostico perché era un caso conclamato. Una piccola mucca di razza locale era assicurata con una fune ad un albero e manifestava tutti i sintomi tipici di questa patologia. Attorno si era formata una folla vociante di curiosi, soprattutto bambini, che ondeggiava appena la mucca caricava Ma quello che era stupefacente era l’atteggiamento vigile dell’animale. Solitamente i bovini hanno un comportamento dimesso e indifferente. Questa invece aveva tutti i sensi all’erta Seguiva attentamente con lo sguardo quanti si avvicinavano e al momento opportuno li caricava. Era uno spettacolo che tutto sommato divertiva la piccola folla. I ragazzi si avvicinavano apposta per poi fuggire precipitosamente appena la mucca li caricava fra le risate generali. Era una situazione non priva di rischi e come pubblico ufficiale avevo il dovere di farla cessare. Inviai uno dei miei assistenti alla stazione di polizia perché fosse inviato sul posto del personale armato. Entro pochi minuti arrivò una camionetta con un poliziotto e un ufficiale. Lo spettacolo per la piccola folla cominciava a farsi interessante. Dopo un breve conciliabolo il poliziotto estrasse una grossa pistola a tamburo e fece fuoco. Veramente sarebbe più corretto dire che tentò di fare fuoco perché la pistola si inceppò. All’attimo di suspence fece seguito un coro di risate. L’ufficiale, furibondo per la figuraccia, redarguì il poliziotto per la scarsa manutenzione dell’arma ed estrasse la sua automatica, puntò alla testa del bovino e fece fuoco. La mucca non fece una piega. Osservando attentamente si vedeva un foro impercettibile in un orecchio. L’ufficiale più imbufalito che mai scaricò l’intero caricatore finché la mucca cadde a terra. La folla si precipitò in avanti vociando ma la mucca si rialzò di colpo. Seguì un fugone generale ma l’animale cadde di nuovo e questa volta definitivamente. Lo spettacolo era finito. I presenti ne avrebbero parlato per mesi.

Il secondo caso è un po’ particolare. Chiamato d’urgenza in una grossa azienda agricola condotta da un farmer italiano per curare la bovina di un piccolo mezzadro libico procedevo lungo un sentiero con il mio armamentario. Mi era stato detto che la bovina presentava difficoltà ad orinare, non ruminava ed era in preda ad un imponente meteorismo. Per questo avevo con me un vaginoscopio, un grosso catetere femminile, la sonda metallica esofagea ed altri presidi terapeutici. Davanti a me camminava il proprietario dell’animale che fungeva da guida e dietro di me c’era un altro libico di nome Ahmed che era l’uomo di fiducia del proprietario dell’azienda e per così dire l’anello di congiunzione con i mezzadri e i braccianti libici. Era un ragazzo intelligente e si esprimeva in buon italiano. Intanto eravamo arrivati nelle vicinanze della bovina e a questo punto Ahmed, che era alle mie spalle, mi disse sottovoce perché altri non udissero : ‘dottore non la toccare è makluba’. Maklub è il termine che indica il malato di Rabbia e trae la radice dal vocabolo ‘chelb’ che significa cane a indicare lo stretto rapporto esistente tra il cane e la malattia.

Io recepii il messaggio ma per ovvi motivi non lo diedi a vedere. La bovina era fortemente meteorica ma mi guardai bene dall’armeggiare con la sonda nella bocca piena di bava. Allo stesso modo non introdussi il vaginoscopio e il catetere. La stranguria cioè la difficoltà ad orinare è uno dei sintomi iniziali della Rabbia. Mi limitai a praticare una puntura di antibiotico tanto per far vedere al proprietario che facevo qualcosa.

Più tardi chiesi a Ahmed : ‘ma il proprietario sapeva che la vacca era makluba?’ ‘Lo sapeva’ disse ‘ perché un mese fa è arrivato un cane maklub e ha morso tutti i bovini’. ‘E perché non me lo ha detto?. ‘Perché sapeva che se te l’avesse detto tu non l’avresti curata e lui si illudeva di poterla guarire’. Ecco, questa ingenua fiducia nei poteri taumaturgici del veterinario mi avrebbe messo in una situazione di grave rischio. Senza l’avvertimento di Ahmed avrei proceduto nella visita come di consueto e sarei venuto ripetutamente a contatto col virus nel corso di lunghe manipolazioni. Forse non avrei nemmeno saputo che la vacca aveva la Rabbia perché non avrei avuto più l’opportunità di vedere l’animale. Così non mi sarei nemmeno sottoposto alla vaccinazione antirabbica post contagio con tutti i limiti che questo trattamento presenta.

Per concludere, non so se Ahmed mi abbia salvato la vita. E’ possibile. Di certo il suo avvertimento è stato provvidenziale e non lo ringrazierò mai abbastanza.

Tagiura

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Anche Tagiura, il piccolo borgo nel cuore dell’oasi, aveva la sua brava stazione di polizia con un reparto a cavallo dotato di otto soggetti. I poliziotti a cavallo avevano la possibilità di vigilare meglio sul territorio traguardando i giardini oltre le tabie, i caratteristici muri di sabbia sormontati dalle siepi di fichi d’India, ascoltando le voci degli abitanti molto meglio che restando a bordo di una Land Rover.

Tra i cavalli spiccava per la statura e la bellezza un baio bruciato che era l’orgoglio del graduato addetto alle scuderie. Più volte il tenente Regeb, responsabile dello squadrone di rappresentanza, aveva tentato di portarlo tra i suoi effettivi ma il graduato si era sempre opposto. Anche l’escasmotage di prelevarlo approfittando di un temporaneo ricovero dell’animale nell’Infermeria Quadrupedi di Sghedeida non era andato a buon fine perché il baio, oggetto del desiderio, aveva una salute invidiabile.

In realtà anche gli altri cavalli si ammalavano raramente perché erano seguiti tutti con cura maniacale. Ogni mattina venivano portati all’abbeverata e sottoposti alle rituali spugnature con acqua fresca, prima gli occhi, poi le narici, poi l’ano, il perineo e dulcis in fundo i genitali. Anche le zoppicature erano piuttosto rare perché rientrare in stazione con un cavallo azzoppato non era consigliabile soprattutto se il graduato era ancora in servizio. In aggiunta il terreno dell’oasi era pianeggiante, tutto coltivato a giardini, con strade sterrate ma senza passaggi di duna. Proprio l’ideale per la salute dei tendini e l’integrità degli zoccoli.

Per questi motivi le visite del veterinario, che nella fattispecie ero io, erano piuttosto sporadiche e limitate ai compiti d’istituto come il controllo della qualità del fieno e dell’orzo quando subentrava un nuovo fornitore.

Eppure malgrado tutte le cure e tutte le precauzioni venne anche per il baio, come per tutti i cavalli, il momento della colica. Panico generale e personale in ambasce attorno all’illustre paziente.

La richiesta di intervento arrivò di buon mattino mentre ero nel laboratorio d’analisi alle prese con un campione di sangue prelevato in un gregge di pecore dove si era manifestata una forte mortalità. Come al solito ero incerto se classificare le catenelle di batteri visibili al microscopio come agenti del carbonchio o germi della putrefazione. I due batteri si somigliano maledettamente e dati i tempi del trasporto e la temperatura ambientale sempre elevata raramente arrivavano in laboratorio campioni che non fossero intaccati da fenomeni putrefattivi. Dissi all’assistente Hassen di continuare la ricerca sperando che data la sua pluriennale esperienza riuscisse a trovare delle catenelle meno ambigue.

Il baio in questione era in condizioni pietose. Contrariamente agli altri cavalli che appena sentono la fitta di dolore si sdraiano e si rotolano al suolo, questo calciava con violenza contro le pareti della scuderia rischiando di uccidere qualcuno o di fratturarsi un arto. Si trattava di una colica di tipo spastico particolarmente violenta e la scelta del farmaco non poteva essere che la morfina, in vena e nella dose standard per cavalli. Seguì un periodo di torpore che utilizzai per procedere a quella che veniva definita pomposamente idroterapia e che consisteva in un clistere di alcune decine di litri e una immissione di acqua nello stomaco attraverso una sonda rino esofagea. Questo tanto per cominciare. Più tardi sarei intervenuto con degli spasmolitici sempre in vena, dei cardiotonici e tutti i presidi disponibili a quell’epoca.

Sulle coliche mi ero fatto una mia opinione personale. Le coliche di tipo spastico anche se violente erano trattabili e risolvibili con la giusta terapia mentre le coliche tromboemboliche, anche se torpide e con poco dolore, terminavano invariabilmente con la morte del paziente. Queste ultime erano causate dalla migrazione di parassiti intestinali che formavano dei trombi e occludevano i grossi vasi dell’intestino. A titolo preventivo era fondamentale sverminare i cavalli cosa che veniva fatta ogni tre mesi su tutti gli effettivi della Polizia con 30 grammi di Fenotiazina.

Tornando al nostro paziente le cure avevano sortito il loro effetto e il baio appariva più rilassato e stendeva indietro il posteriore nel tentativo di urinare, segno evidente che la fase acuta era superata.

A questo punto l’ufficiale comandante della stazione mi invitò nel suo ufficio per prendere una bibita e parlare del più e del meno.

Qui con tono noncurante gli riferii di aver visto attraversando l’oasi con il mio maggiolino un vecchio agricoltore che recideva delle pale di fichi d’India con una corta sciabola verosimilmente per farne del foraggio. Non aggiunsi altro tenendo per me il desiderio di possedere quella sciabola per esporla assieme alle altre sulle pareti del mio soggiorno. Per le armi antiche avevo una vera passione e in pochi secondi avevo visto che la sciabola era corta, leggermente ricurva e con l’elsa in ottone. Si trattava sicuramente di una sciabola per militari appiedati forse di fabbricazione tedesca. . L’ufficiale non fece alcun commento e la cosa finì lì.

A distanza di qualche mese tornai a visitare la stazione di Polizia di Tagiura e ne approfittai per controllare il baio reduce della colica. Stava benissimo e il mantello splendeva sotto il sole. Feci i miei complimenti al graduato responsabile elle scuderie.

Come l’altra volta l’ufficiale comandante mi fece accomodare nel suo ufficio per bere insieme la solita bibita ma questa volta c’era una novità. ‘Ho un regalo per te’ disse. E fece cenno con la testa verso un angolo dell’ufficio. Dritta in piedi contro l’angolo c’era la famosa sciabola. Provai un po’ di rimorso per il vecchio agricoltore e chiesi all’ufficiale perché gliela avesse sequestrata. ‘Lui non la può tenere’ disse, ‘è il regolamento’ ‘E io?’. ‘Tu si, perché sei un ospite e perché ti piace’. ? ‘E non fare tante domande, prendila e arrivederci’.

Non ho mai esposto la sciabola sulle pareti di casa. L’eventualità che un malintenzionato la possa staccare dal muro e usarla sui mei familiari mi ha sempre trattenuto dal farlo. E’ finita su di un armadio avvolta in un vecchio giornale coperta di polvere. Ho sempre pensato che era meglio se l’avesse tenuta il vecchio agricoltore.

Batna Manfukha

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E’ il termine usato dagli arabi per indicare il meteorismo bovino e letteralmente significa ‘addome gonfio.

I bovini, come tutti i ruminanti, hanno la caratteristica di richiamare alla bocca, in forma di piccoli boli, gli alimenti che hanno deglutito in precedenza dopo averli sommariamente masticati. E’ una fase indispensabile del processo digestivo che l’animale compie abitualmente sdraiato in decubito sternale. Ogni bolo viene richiamato alla bocca, accuratamente masticato e abbondantemente insalivato prima di essere deglutito

Il processo, che viene definito appunto ruminazione, è estremamente delicato e può arrestarsi per una infinità di motivi. Talvolta si tratta di alimenti troppo grossolani come il micidiale fikirisc che non è altro che legno di palma rammollito in acqua e triturato. E’ un alimento molto povero, retaggio del passato quando la Libia era un Paese ad economia pastorale, ed è costituito essenzialmente da lignina, un polisaccaride praticamente inattaccabile dalla flora intestinale.

Altre volte la ruminazione può arrestarsi per la presenza nella razione di erbe bagnate o troppo tenere, che una volta ingerite danno luogo a dei processi fermentativi. Per ovviare\ a questo inconveniente sarebbe buona regola non somministrare trifoglio o erba medica se non asciutta e mai prima che sia completamente fiorita, cosa che negli allevamenti a carattere familiare non sempre è possibile.

L’arresto della ruminazione si accompagna invariabilmente ad un fenomeno molto temuto dagli allevatori che viene detto meteorismo acuto. L’addome si dilata enormemente per la presenza di gas soprattutto dal lato sinistro in corrispondenza del sacco dorsale del rumine, mentre il respiro diventa affannoso, le mucose cianotiche, e senza l’intervento del veterinario l’animale è destinato a soccombere per soffocamento.

Per risolvere questo genere di emergenze il veterinario dispone di presidi medici o strumentali a seconda della gravità del caso. Per prima cosa è opportuno somministrare delle compresse che stimolino la motilità dei prestomaci e subito dopo una soluzione che abbassi la tensione superficiale delle bolle gassose separando l’acqua dal gas rendendo quest’ultimo più facilmente evacuabile. A questo punto il veterinario, se lo ritiene opportuno, può passare alle manovre strumentali usando una sonda esofagea che è costituita da un tubo di gomma rivestito da una spirale metallica che gli conferisce la massima flessibilità e resistenza. Lo strumento è corredato da un apribocca che è una semplice ogiva di legno levigato forato al centro per il passaggio della sonda che viene inserito trasversalmente nella bocca del paziente. Qualora la sonda esofagea non risultasse efficace per la presenza di quantità eccessive di schiuma che la occludono e ostacolano la fuoriuscita dei gas, allora è necessario procedere con un secondo strumento detto trequarti. Il trequarti è uno stiletto con relativa cannula da inserire a sinistra nel punto più rilevato dell’addome. La cannula può essere fissata con dei punti e lasciata per lunghi periodi. Non è raro che una volta rimossa la cannula al suo posto resti una fistola permanente che deprezza l’animale.

Ma oltre agli errori dietetici c’é un altro motivo, e ben più grave, che può portare all’arresto della ruminazione e al meteorismo acuto, ed è l’ingestione di corpi estranei.

I bovini hanno una spiccata tendenza ad ingerire qualunque cosa e la spiegazione sta nel fatto che hanno la bocca strutturata rigidamente in modo che gli alimenti ( e i corpi estranei ) una volta introdotti nel cavo orale non possono tornare indietro.

Le labbra dei bovini infatti sono del tutto prive di mobilità mentre le papille cornee che rivestono la mucosa orale sono rivolte all’indietro. A differenza dei cavalli che hanno labbra mobilissime e scelgono con cura gli alimenti scartando anche le più piccole impurità, i bovini sono anatomicamente predisposti ad ingerire tutto quello che entra nella loro bocca

La prensione degli alimenti è infatti affidata non alle labbra ma alla lingua che funziona come una falce convogliando gli alimenti nella bocca senza possibilità di ritorno.

Del resto per rendersi conto della differenza che esiste tra bovini e cavalli basta guardare in fondo alle mangiatoie : in quella dei cavalli c’é sempre un mucchietto di sassolini, in quella dei bovini non c’è mai niente.

I corpi estranei che vengono ingeriti con maggiore frequenza sono oggetti di derivazione familiare che i bovini trovano nelle stalle quando queste fungono da deposito di materiali eterogenei. Si tratta solitamente di stracci o indumenti usati o frammenti di plastica oltre naturalmente a pezzetti di filo di ferro del tipo che viene impiegato per legare le balle di fieno

Un’altra categoria di corpi estranei in grado di arrestare la ruminazione e causare il meteorismo acuto è rappresentata dai vegetali e soprattutto da quelli che dopo il raccolto vengono accantonati nelle stalle.

E’ una patologia che ha una cadenza stagionale e questo perché i bovini assumono volentieri i vegetali che sono alla loro portata e non fanno distinzioni tra vegetali in foglia o soffici come i pomodori e i fichi e quelli duri come le patate le mele o i limoni.

Il vegetale una volta nella bocca non viene masticato ma viene ingerito così com’è e se disgraziatamente è voluminoso e di una certa consistenza si arresta nell’esofago, nel punto più stretto dove questo attraversa il diaframma. L’arresto della ruminazione e il meteorismo sono immediati e l’intervento del veterinario si impone con la massima urgenza.

In questi casi non ha senso somministrare dei farmaci e bisogna far uso immediato della sonda. Questa penetra liberamente in esofago ma ad un certo punto si arresta e rimbalza indietro. Allora si estrae la sonda e si somministra dell’olio di lino per rendere il vegetale più viscido e facilitare la sua progressione verso il basso. E quindi si riprova ancora con la sonda dando dei colpetti, sempre più forti, ma senza esagerare.

Di solito questa manovra riesce e l’animale, liberato dal corpo estraneo, ritorna in breve alla normalità. Purtroppo non sempre le cose vanno così e può capitare quello che mi è successo tanti anni fa.

Chiamato d’urgenza in piena notte presso la clinica veterinaria della Blue Crescent Moon di Tripoli trovai, come già altre volte, una piccola bovina di razza locale con sintomi di soffocamento per meteorismo acuto.

Il proprietario, un modesto agricoltore, mi disse che quel pomeriggio avevano raccolto le patate e quindi, con ogni probabilità, la bovina ne aveva ingerita qualcuna o meglio ne aveva ingerite tante e tra queste una troppo voluminosa. Non c’era tempo da perdere e con l’aiuto di un assistente diedi inizio alla solita procedura.

L’assistente si applicava al meglio delle sue capacità ma con un entusiasmo che a me parve eccessivo tanto che lo richiamai più volte perché usasse la sonda con maggior cautela. Purtroppo il corpo estraneo era tenacemente incastrato nell’esofago e non si muoveva di un millimetro.

Dopo mezz’ora di tentativi infruttuosi ad un tratto la sonda scivolò nell’addome come se il caso fosse finalmente risolto ma io non ne ero affatto convinto. Intanto non c’era stata la solita fuoriuscita di gas e l’animale era più sofferente che mai. A questo punto l’assistente ritirò indietro la sonda e con mio grande sgomento vidi che impigliato tra le anse metalliche era rimasto un lembo di omento, la membrana che riveste i visceri. Capii immediatamente cosa era successo : la sonda usata con troppa energia contro un ostacolo inamovibile era scivolata lateralmente, aveva bucato l’esofago ed era penetrata tra i visceri.

Non c’era tempo da perdere e dissi al proprietario che l’animale doveva essere macellato con la massima urgenza se voleva recuperare almeno la carne. Così tornai a casa un po’ amareggiato per la sorte dell’animale e per l’insuccesso professionale. Me ne andai subito a letto anche perché il giorno dopo ero di servizio al mattatoio comunale di Tripoli e dovevo essere riposato per affrontare nella mia duplice funzione di direttore sanitario e amministrativo una situazione a dir poco esplosiva tra operatori arabi e operatori ebrei.

Infatti il mattatoio di Tripoli era articolato in due grandi padiglioni uno riservato agli arabi e uno riservato agli ebrei. Stranamente le due etnie che si odiano a morte e che su tutto sono profondamente divise hanno riti di macellazione perfettamente sovrapponibili e le carni macellate dagli uni possono essere consumate liberamente dagli altri. Questo non significa che non si verificassero zuffe paurose anche se i contendenti avevano l’accortezza prima di passare alle mani di gettare i coltelli.

Il padiglione riservato agli ebrei era molto ordinato e il veterinario ispettore poteva operare con la massima tranquillità anche perchè in caso di sequestro gli animali macellati erano coperti da assicurazione. Viceversa il padiglione degli arabi era molto caotico e in più vi venivano macellati i dromedari in promiscuità con i bovini. Bisognava stare attenti e farsi rispettare anche se il veterinario, indipendentemente dalla nazionalità, era molto rispettato per il suo grado di istruzione.

Quella mattina entrando nel padiglione degli arabi la prima cosa che vidi fu una grossa patata infilzata in uno dei ganci come una muta testimonianza del mio insuccesso. Non dissi nulla e continuai il mio giro di visite come di consueto. Certo non ero del mio solito umore e sentivo che tutti gli operatori mi guardavano facendo finta di niente. Quando arrivai alla bovina in questione mi soffermai per vedere se la qualità delle carni avesse sofferto o se le stesse potessero essere licenziate al libero consumo. Erano appena un po’ più scure del normale ma meno scure di quanto fossi io.

Uscendo dal padiglione un vecchio capo squadra mi si avvicinò e mettendomi confidenzialmente un braccio sulle spalle mi disse : dottore, non te la prendere, non è stata colpa tua, era scritto.