Brenda

mysteryphoto
Le compagnie petrolifere che operavano in Tripolitania negli anni ’60 avevano convogliato sul posto migliaia di tecnici statunitensi con le relative famiglie dando luogo ad un vero fenomeno di costume caratterizzato dalla diffusione di modelli esistenziali prettamente americani fino ad allora sconosciuti.

Così alla periferia di Tripoli era sorta Giorgimpopoli, un intero quartiere americaneggiante composto da villette mono e bifamiliari con tanto di front-yard e back-yard e l’immancabile barbecue.

In tale contesto non potevano certo mancare gli impianti per il bowling, i maneggi per cavalli in perfetto stile western, le aree attrezzate per i parties ad alta gradazione alcoolica, i locali dove gustare gli hamburger che malgrado il nome altisonante altro non erano che dei panini mezzo crudi ripieni di carne tritata cotta sommariamente su piastra e condita, si fa per dire, con ketchup.

Anche in ambito domestico gli americani avevano introdotto una sostanziale novità. Per le faccende domestiche non venivano più scelte le ragazze locali impacciate nel costume etnico, coi monili e le treccioline, ma erano preferiti dei ragazzotti detti houseboys certamente più spigliati e in grado di esprimersi in inglese

Francamente provavo un certo imbarazzo quando in occasione di una visita domiciliare al cane di casa trovavo questi ragazzotti intenti a stirare la biancheria intima della padrona di casa o delle figlie adolescenti. Ma gli americani erano e sono fatti così : grossi e senza malizia, come le balene.

Tra i compiti degli houseboys c’era quello di accudire gli animali di casa soprattutto in estate quando la famiglia si trasferiva armi e bagagli negli States per un periodo di vacanza che non era mai inferiore a sei settimane. Bisognava accertarsi che all’animale non venisse mai a mancare l’acqua fresca assicurata da un rubinetto del giardino lasciato opportunamente semiaperto, e che mangiasse almeno due scatolette di dog-food al dì. Altra incombenza, non meno importante in un Paese caldo, erano i bagni medicati con soluzione di Gamexan, da eseguire periodicamente ma alla giusta concentrazione per evitare che insieme ai parassiti morisse anche l’ospite. Se poi l’animale si fosse ammalato, l’ordine era di chiamare il
veterinario che in assenza di concorrenti ero io. Avrebbero provveduto i proprietari a saldare la parcella una volta tornati.

Così non fui affatto stupito il giorno in cui trovai in studio ad aspettarmi un houseboy che conoscevo. Mi disse che il cane di casa, un dobermann femmina di 4 anni di nome Brenda aveva partorito normalmente ma poi si era ammalata e rifiutava di mangiare

Per quanto ne sapevo era un cane in piena salute e relativamente giovane ma in ogni caso era meglio andare a vedere cosa fosse successo. Tra me e me pensai ad una mastite o a un sovraccarico alimentare dovuto alla ingestione di tutte le placente. E’ buona regola infatti consentire alla madre di mangiare non più di una o due placente.

Quando, accompagnato dallo houseboy, entrai nel giardino della villetta vidi la cagna accovacciata in un angolo che allattava i suoi piccoli. Ne contai quattro. Pochi, pensai, trattandosi di un dobermann. E infatti gli altri cuccioli c’erano ma erano rimasti dentro la madre Per qualche motivo che ormai non era più possibile riconoscere, ma verosimilmente un cucciolo troppo voluminoso o una presentazione trasversale, il parto si era interrotto e i cuccioli ritenuti dopo alcune ore erano morti. Ora, a distanza di una settimana cuccioli e placente erano in stato di avanzata putrefazione e tutta l’area sotto la coda, dall’ano alle mammelle, compreso il piatto delle cosce, aveva assunto un colorito verdastro e crepitava alla palpazione per la presenza di gas. Era un classico caso di gangrena gassosa.

La prima considerazione fu che per l’animale non c’era più niente da fare e la cosa più sensata sarebbe stata sopprimerlo immediatamente o per usare un eufemismo preferito dagli americani metterlo a dormire. Ma c’erano i cuccioli e li per li non seppi decidermi. Tornerò domani, dissi allo houseboy, e intanto cercherò qualcuno che si occupi della cucciolata.

Così il giorno dopo, di buon’ora, ero sul posto ad attendere l’arrivo dello houseboy. Cercai la cagna ma non era dove l’avevo lasciata.
Era invece sull’uscio di casa ma morta. La cosa mi addolorò ma non mi stupì più di tanto viste le sue condizioni. Ma quello che mi lasciava perplesso era il fatto che per quanto guardassi in tutti gli angoli e frugassi sotto tutti i cespugli dei cuccioli non c’era traccia. Pensai che poteva averli presi uno sciacallo, ma era poco probabile così dentro l’abitato.
Era più verosimile l’impresa di una volpe o di un gatto selvatico o magari di un uccello rapace tanto diurno che notturno. Sapevo che poiane e gufi sono in grado di predare senza sforzo lepri e conigli. Però avrebbero dovuto esserci delle tracce : delle piume, del sangue, insomma qualcosa

Sempre più perplesso continuai a guardarmi intorno finché in un angolo vidi della sabbia più rossa, come se fosse stata smossa di recente. Spinto da un presentimento afferrai una zappetta e cominciai a scavare. Infatti sotto pochi centimetri c’erano i cuccioli, composti amorevolmente come in una cuccia. La madre, guidata dall’istinto e sentendosi morire , con le sue ultime forze li aveva sepolti forse per occultarli ai predatori o per portarli via con sé. Chissà.

Guardai lo houseboy con disapprovazione. Sarebbe stato sufficiente che mi avesse chiamato una settimana prima e ora madre e cuccioli sarebbero stati vivi e vegeti Ma una iniziativa del genere non era nelle sue corde. Del resto nemmeno io ero esente da colpe. La mia esitazione davanti a un compito sgradevole non aveva lasciato scampo ai cuccioli

Adesso non restava che ingrandire la buca e farvi scivolare la madre sistemandola vicino ai cuccioli come se li allattasse. Lo houseboy lavorava alacremente spianando il terreno e cancellando ogni traccia come se madre e cuccioli non fossero mai esistiti. E invece il ricordo di quella piccola tragedia è rimasto nella memoria tra i casi non a lieto fine che abbondano, purtroppo, nella carriera di un medico veterinario.